<?xml version='1.0' encoding='UTF-8'?><?xml-stylesheet href="http://www.blogger.com/styles/atom.css" type="text/css"?><feed xmlns='http://www.w3.org/2005/Atom' xmlns:openSearch='http://a9.com/-/spec/opensearchrss/1.0/' xmlns:georss='http://www.georss.org/georss' xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'><id>tag:blogger.com,1999:blog-494161990260534397</id><updated>2011-11-27T18:42:13.877-05:00</updated><title type='text'>Briciole d'America</title><subtitle type='html'>storie, schegge e spunti dagli USA</subtitle><link rel='http://schemas.google.com/g/2005#feed' type='application/atom+xml' href='http://bricioledamerica.blogspot.com/feeds/posts/default'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/494161990260534397/posts/default?max-results=100'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://bricioledamerica.blogspot.com/'/><link rel='hub' href='http://pubsubhubbub.appspot.com/'/><author><name>Vasco Dones</name><uri>http://www.blogger.com/profile/08185888549176699406</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><generator version='7.00' uri='http://www.blogger.com'>Blogger</generator><openSearch:totalResults>10</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>100</openSearch:itemsPerPage><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-494161990260534397.post-6621915795518547823</id><published>2010-05-17T14:26:00.000-04:00</published><updated>2010-05-17T14:26:25.924-04:00</updated><title type='text'>Dearborn, Michigan</title><content type='html'>Tempo fa avevo pubblicato sul settimanale svizzero AZIONE un pezzullo intitolato "Quel minareto in via Ford", in cui segnalavo alcune interessanti particolarità della nuova moschea di Dearborn, Michigan&lt;br /&gt;(&lt;a href="http://epaper.azione.ch/ee/azion/_main_/2009/07/06/027/azion-_main_-2009-07-06-027.pdf"&gt;http://epaper.azione.ch/ee/azion/_main_/2009/07/06/027/azion-_main_-2009-07-06-027.pdf&lt;/a&gt; oppure &lt;a href="http://bricioledamerica.blogspot.com/2009/10/il-minareto-di-via-ford.html"&gt;http://bricioledamerica.blogspot.com/2009/10/il-minareto-di-via-ford.html&lt;/a&gt;).&lt;br /&gt;Lo spunto me l'aveva fornito un prospettato nuovo articolo della Costituzione svizzera che, se accettato in votazione popolare, avrebbe introdotto il divieto di edificare nuovi minareti in territorio elvetico. Per chi non sapesse come sono andate le cose: l'emendamento costituzionale è stato accolto; in Svizzera non si potranno costruire nuovi minareti; i musulmani in terra elvetica dovranno accontentarsi dei (se ricordo bene) quattro minareti esistenti. Tradotto in densità: uno ogni 10'321 chilometri quadrati.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Oggi mi arriva dalla stessa Dearborn, Michigan, un'altra interessante notizia: una figlia di quella città alle porte di Detroit e sede della Ford ha vinto il concorso di Miss USA. La gentile signorina è libanese, immigrata negli USA da bambina e (a quanto pare) di famiglia mista cristiano-musulmana&lt;br /&gt;(&lt;a href="http://thelede.blogs.nytimes.com/2010/05/17/in-miss-usa-contest-a-novel-twist/"&gt;http://thelede.blogs.nytimes.com/2010/05/17/in-miss-usa-contest-a-novel-twist/&lt;/a&gt;)&lt;br /&gt;Dearborn ha fatto festa. Quanto a me, non sono credente e non sopporto i concorsi di bellezza, ma mi associo ai festeggiamenti: l'America riesce sempre a sorprendermi.&amp;nbsp;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/494161990260534397-6621915795518547823?l=bricioledamerica.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://bricioledamerica.blogspot.com/feeds/6621915795518547823/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=494161990260534397&amp;postID=6621915795518547823&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/494161990260534397/posts/default/6621915795518547823'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/494161990260534397/posts/default/6621915795518547823'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://bricioledamerica.blogspot.com/2010/05/dearborn-michigan.html' title='Dearborn, Michigan'/><author><name>Vasco Dones</name><uri>http://www.blogger.com/profile/08185888549176699406</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-494161990260534397.post-1296821793808758306</id><published>2010-02-14T19:17:00.008-05:00</published><updated>2010-02-15T10:18:36.222-05:00</updated><title type='text'>A camminare sugli Appalachi</title><content type='html'>&lt;span style="font-size: small;"&gt;&lt;i&gt;Di questi tempi il "memoir" è un genere letterario che va per la maggiore, almeno negli Stati Uniti. Vende bene ma lascia assai perplessi, e fa un po' pena pensare agli incolpevoli alberi (forse degli Appalachi?) sacrificati per fini assai dubbi.&amp;nbsp;&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;&lt;i&gt;Due perle recenti: &lt;a href="http://www.amazon.com/Going-Rogue-American-Sarah-Palin/dp/0061939897/ref=sr_1_1?ie=UTF8&amp;amp;s=books&amp;amp;qid=1266193706&amp;amp;sr=1-1"&gt;&lt;u&gt;Going Rogue&lt;/u&gt;&lt;/a&gt; di Sarah Palin (già candidata alla vicepresidenza, colei che alla domanda di Katie Couric di CBS News "Quali giornali legge?", dopo lunghi istanti di grave imbarazzo rispose "Tutti") e &lt;a href="http://www.amazon.com/Still-Standing-Against-Political-Attacks/dp/1596986026/ref=sr_1_1?ie=UTF8&amp;amp;s=books&amp;amp;qid=1266193783&amp;amp;sr=1-1"&gt;&lt;u&gt;Still Standing&lt;/u&gt;&lt;/a&gt; di Carrie Prejean (Miss California, anni 23, qualche banale polemichetta alle spalle: ma che mai avrà da raccontare, a quella giovane età?).&amp;nbsp;&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;&lt;i&gt;In occasione dell'uscita dell'ultimo memoir di dubbio spessore (&lt;a href="http://www.amazon.com/Staying-True-Jenny-Sanford/dp/0345522397/ref=sr_1_1?ie=UTF8&amp;amp;s=books&amp;amp;qid=1266193821&amp;amp;sr=1-1"&gt;&lt;u&gt;Staying True&lt;/u&gt;&lt;/a&gt; di Jenny Sanford, moglie separata di un signore che ambiva a fare il Presidente) mi sembra opportuno riproporre un pezzo scritto e pubblicato su AZIONE nel luglio o agosto del 2009: parla di Appalachi, di un villaggio di nome Pickens - e del signor Sanford, ovviamente.&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/S3iNExLK7mI/AAAAAAAAAHs/UiD_0TzEykg/s1600-h/Pickens-Hotel_013_blog.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" src="http://4.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/S3iNExLK7mI/AAAAAAAAAHs/UiD_0TzEykg/s320/Pickens-Hotel_013_blog.jpg" /&gt;&lt;/a&gt;&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: left;"&gt;All'occhio svizzero, i monti Appalachi paiono un'interminabile teoria di gentili colline che solo a tratti meritano di chiamarsi montagne. La Storia li tratta però con rispetto, perché suppergiù tre secoli fa rappresentarono il primo serio ostacolo incontrato dai coloni nella loro lunga marcia a occidente. E poi, seppur timidi quando accostati all'Eiger o al Cervino, costituiscono un paesaggio magnifico, soprattutto in autunno, quando si annunciano da lontano con una grandiosa sinfonia di vivissimi colori.&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;E ogni tanto riescono ancora a far notizia. Come nel giugno di quest'anno &lt;i&gt;(NdR: era il 2009)&lt;/i&gt;, quando per una settimana sparì dal suo ufficio il governatore della Carolina del Sud Mark Sanford. Prima di fare le valige, Sanford (repubblicano di ferro tutto casa e famiglia e “valori”) aveva annunciato al suo staff: “Vado a camminare sugli Appalachi”, un passatempo assai popolare da queste parti, che aiuta a smaltire lo stress anche perché il cellulare, su per i monti, di regola non funziona.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E' inciampato, il buon governatore con aspirazioni presidenziali, non nelle asperità montagnose, ma sulla scaletta dell'aereo che lo riportava in patria, beccato dai reporter ficcanaso: se n'era andato dall'amante a Buenos Aires. Da quel giorno, in America, “camminare sugli Appalachi” ha un nuovo significato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;***&lt;br /&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/S3iOczngrOI/AAAAAAAAAH0/_TP9EdiRTgE/s1600-h/Buckhannon_03_blog.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" src="http://2.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/S3iOczngrOI/AAAAAAAAAH0/_TP9EdiRTgE/s320/Buckhannon_03_blog.jpg" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;“La promessa del domani insieme alla dignità di ieri”: lo proclama una scritta sul grande murales che accoglie il viandante nel centro di Buckhannon, una cittadina da diecimila abitanti ai piedi degli Appalachi. E si può ben capire il riferimento alla&amp;nbsp; “dignità di ieri”, perché allo scoppio della Guerra Civile la gente di queste terre prese la decisione storicamente e umanamente giusta, quella che vale la dignità: si staccò dalla Virginia schiavista, si unì al Nord, e creò il nuovo Stato della West Virginia. Con un motto che non ha bisogno di traduzioni e che non avrebbe sfigurato sul praticello del Grütli:&lt;i&gt; “Montani semper liberi”&lt;/i&gt;, tant'è vero che non sono pochi gli emigranti svizzeri insediatisi nelle vallate degli Appalachi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/S3iOo74QsuI/AAAAAAAAAH8/sZC779d3ywE/s1600-h/Buckhannon_01_blog.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" src="http://2.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/S3iOo74QsuI/AAAAAAAAAH8/sZC779d3ywE/s320/Buckhannon_01_blog.jpg" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&amp;nbsp;&lt;i&gt;(Buckhannon, WV)&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;Il problema di Buckhannon e di tutta la West Virginia sta nella prima parte della scritta del murales, la conclamata “promessa del domani”. Gli Appalachi hanno fornito e continuano a fornire legname, certo. Gli Appalachi hanno dato e continuano a dare carbone, a prezzo di immani fatiche, tragedie in miniera, e ora di spaventose devastazioni ambientali causate dall'ultimo grido in tema di tecniche estrattive: far esplodere la cima della montagna (o collina) e portar via il carbone messo a nudo. Ma, a parte carbone e legname, poco altro. Il risultato è che la West Virginia gareggia col Mississippi per il primato di Stato più povero dell'Unione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;***&lt;br /&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/S3iPmN_ohPI/AAAAAAAAAIE/y1JXm9Gz7QQ/s1600-h/Pickens_012_blog.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" src="http://3.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/S3iPmN_ohPI/AAAAAAAAAIE/y1JXm9Gz7QQ/s320/Pickens_012_blog.jpg" /&gt;&lt;/a&gt;&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&amp;nbsp;&lt;i&gt;(Pickens, WV)&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;A Pickens, West Virginia, non ci si passa per caso. Impossibile. Bisogna fortemente volerci andare, e in realtà non c'è nessun motivo per farlo. Oggi Pickens, affogata negli Appalachi, è il capolinea d'uno stretto nastro d'asfalto: più avanti, solo una ragnatela di sentieri sterrati, dove la segnaletica è inesistente, la cartina stradale impotente, e l'esperienza insegna che nemmeno il GPS t'aiuta. Eppure Pickens, a modo suo, è affascinante, è la struggente testimonianza di quanto – in America - “ieri, oggi e domani” siano parole da prendere alla lettera: ieri sei nato, oggi vivi e prosperi, domani muori. Come un fuoco d'artificio, l'esistenza di Pickens si è bruciata in tempi brevissimi, incomprensibili al viandante europeo: un secolo o poco più. &lt;br /&gt;Fondato nella seconda metà dell'Ottocento, il villaggio ebbe un rapido sviluppo grazie all'industria del legname: per portarselo via dai monti, avevano fatto arrivare a Pickens persino la ferrovia (di cui oggi restano poche tracce sotto gramigna e rampicanti).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/S3iP9l2GjsI/AAAAAAAAAIM/RaRZcr_gdwg/s1600-h/Pickens-Train-Station_010_b.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" src="http://3.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/S3iP9l2GjsI/AAAAAAAAAIM/RaRZcr_gdwg/s320/Pickens-Train-Station_010_b.jpg" /&gt;&lt;/a&gt;&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;i&gt;(Pickens, WV: l'ex stazione della ferrovia)&lt;/i&gt; &lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;E con strada ferrata e business del legname in piena espansione, Pickens era cresciuta fino a millecinquecento abitanti. E a un certo punto della sua breve vita si era regalata – ce lo narra la storia ufficiale di Pickens, 280 pagine con rilegatura cartonata - “The Opera House”: sì, l'Opera. Certo, non sarà stata la Scala, ma era pur sempre la tangibile dimostrazione che gli affari tiravano, che la gente c'era, che i soldi circolavano, che il futuro era radioso. All'inizio del '900, accanto all'Opera House, Pickens sfoggiava ben quattro alberghi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/S3iQaZGWHTI/AAAAAAAAAIU/r1oJl5HgNkE/s1600-h/Pickens-Hotel_005_blog.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" src="http://2.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/S3iQaZGWHTI/AAAAAAAAAIU/r1oJl5HgNkE/s320/Pickens-Hotel_005_blog.jpg" /&gt;&lt;/a&gt;&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;i&gt;(Pickens, WV: Pickens Hotel)&lt;/i&gt; &lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;Non è dato sapere quante stelle Michelin si meritassero; pare comunque che fossero un po' rumorosi e travagliati durante la fine settimana, quando l'alcol scorreva a fiumi, prima dopo e anche durante il Proibizionismo (la distillazione illegale è tradizione e vanto della West Virginia). Poi l'industria del legname entrò in crisi; la si sostituì con l'estrazione del carbone. Poi i filoni si esaurirono, la gente se ne andò, e per Pickens e l'Opera House e i suoi quattro alberghi fu la morte. &lt;br /&gt;Oggi Pickens e i suoi venti o trenta abitanti resistono stoicamente tra gli Appalachi come fossero i Galli del villaggio di Asterix. A ricordare i fasti del passato resta – magnifico, struggente, irresistibile nella sua sconfinata malinconia – il Pickens Hotel. O meglio: ciò che è sopravvissuto alle sbornie e alle risse degli anni d'oro, e all'incuria degli anni di magra.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;***&lt;br /&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/S3iRJ4qZZ4I/AAAAAAAAAIk/PjnAeZxnsQc/s1600-h/Pickens-Hotel_002_blog.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" src="http://3.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/S3iRJ4qZZ4I/AAAAAAAAAIk/PjnAeZxnsQc/s320/Pickens-Hotel_002_blog.jpg" /&gt;&lt;/a&gt;&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;i&gt;(Pickens, WV: Pickens Hotel)&lt;/i&gt; &lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;Dietro il Pickens Hotel m'imbatto in un uomo intento a prendere a martellate una vecchia parabola per la ricezione tivù. Si chiama Ronnie Sears, e mi dice d'essere il nuovo proprietario dell'albergo. Lo ha rilevato poco tempo fa, e – quando avrà tempo, quando ne avrà voglia, piano piano, una cosa alla volta – intende restaurarlo. Mi guardo intorno: alcune casette più o meno dignitose, una chiesa, un negozietto con annessa pompa di carburante, il capannone dei pompieri, l'ex stazione del defunto treno, una villa di lusso (“Ah, lascia perdere, quelli non parlano con nessuno.”). Fatico a intravedere l'urgenza d'un rinnovato Pickens Hotel. Ronnie si fa serio e mi spiega: “Con la popolazione mondiale in continua crescita, prima o poi qualcuno dovrà venire anche qui.”&lt;br /&gt;A camminare sugli Appalachi, forse...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/S3iRcs6masI/AAAAAAAAAIs/EC6tqK5xen4/s1600-h/Pickens-Hotel_007_blog.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" src="http://3.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/S3iRcs6masI/AAAAAAAAAIs/EC6tqK5xen4/s320/Pickens-Hotel_007_blog.jpg" /&gt;&lt;/a&gt;&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;i&gt;(Pickens, WV: Pickens Hotel)&lt;/i&gt; &lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;&lt;i&gt;Postilla per i miei compatrioti e per i più curiosi:&lt;/i&gt;&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;a camminare sugli Appalachi, ci si può anche imbattere nella Svizzera, e più precisamente "Helvetia", un minuscolo villaggio a cinque miglia da Pickens.&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;Di Helvetia, West Virginia (e di un suo straordinario personaggio) ho schizzato un breve &lt;a href="http://la1.rsi.ch/falo/welcome.cfm?idg=0&amp;amp;ids=963&amp;amp;idc=40012"&gt;ritratto&lt;/a&gt; per la RSI - radiotelevisione della svizzera italiana.&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;Il website di Helvetia ospita la versione originale &lt;a href="http://helvetiawv.com/Video/hel-VEE-shah.html"&gt;inglese&lt;/a&gt; del filmato.&amp;nbsp;&lt;/i&gt;&lt;b&gt;&lt;i&gt; &lt;/i&gt;&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;i&gt; &lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/494161990260534397-1296821793808758306?l=bricioledamerica.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://bricioledamerica.blogspot.com/feeds/1296821793808758306/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=494161990260534397&amp;postID=1296821793808758306&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/494161990260534397/posts/default/1296821793808758306'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/494161990260534397/posts/default/1296821793808758306'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://bricioledamerica.blogspot.com/2010/02/camminare-sugli-appalachi.html' title='A camminare sugli Appalachi'/><author><name>Vasco Dones</name><uri>http://www.blogger.com/profile/08185888549176699406</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/S3iNExLK7mI/AAAAAAAAAHs/UiD_0TzEykg/s72-c/Pickens-Hotel_013_blog.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-494161990260534397.post-2777762049308025748</id><published>2009-12-01T15:21:00.007-05:00</published><updated>2009-12-01T17:08:59.333-05:00</updated><title type='text'>Un'immagine, mille parole?</title><content type='html'>&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/SxV6BR62AKI/AAAAAAAAAHU/fh2l80hqnW8/s1600/Dearborn_minaret_blog.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/SxV6BR62AKI/AAAAAAAAAHU/fh2l80hqnW8/s1600/Dearborn_minaret_blog.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/a&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/SxV7sWWx5OI/AAAAAAAAAHc/ke7mZQ3oKUk/s1600/Dearborn_minaret_blog.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" src="http://2.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/SxV7sWWx5OI/AAAAAAAAAHc/ke7mZQ3oKUk/s320/Dearborn_minaret_blog.jpg" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;i&gt;(Dearborn, Michigan: il minareto in Ford Road)&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: left;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: left;"&gt;Per chi avesse voglia di (ri)leggere:&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: left;"&gt;&lt;i&gt;&lt;a href="http://bricioledamerica.blogspot.com/2009/10/il-minareto-di-via-ford.html"&gt;Briciole d'America: Il minareto di via Ford&lt;/a&gt; &lt;br /&gt;&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/494161990260534397-2777762049308025748?l=bricioledamerica.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://bricioledamerica.blogspot.com/feeds/2777762049308025748/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=494161990260534397&amp;postID=2777762049308025748&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/494161990260534397/posts/default/2777762049308025748'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/494161990260534397/posts/default/2777762049308025748'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://bricioledamerica.blogspot.com/2009/12/un-immagine-mille-parole.html' title='Un&apos;immagine, mille parole?'/><author><name>Vasco Dones</name><uri>http://www.blogger.com/profile/08185888549176699406</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/SxV7sWWx5OI/AAAAAAAAAHc/ke7mZQ3oKUk/s72-c/Dearborn_minaret_blog.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-494161990260534397.post-2560220919358657282</id><published>2009-11-11T10:38:00.006-05:00</published><updated>2009-11-11T10:46:53.830-05:00</updated><title type='text'>Los Alamos - Cuba - Bluff!</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-size: 14pt;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;&lt;i style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size: 14pt;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;&lt;i style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;(per contrastare l'umida uggia novembrina propongo un pezzullo estivo scritto in una di quelle soleggiatissime giornate d'agosto con temperatura a 100 Fahrenheit e condizionatore a 1000: grazie all'infame clima di Washington, l'umidità è la stessa;&amp;nbsp;&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size: 14pt;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;&lt;i style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;è però anche la scusa per infilare qualche nostalgico scatto che risusciti per un istante l'azzurro del cielo)&amp;nbsp;&lt;/i&gt;&lt;/span&gt; &lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/SvrPmG9tE9I/AAAAAAAAAF0/WfTKVSj6f0E/s1600-h/New-Mexico-plateau_blog.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" src="http://2.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/SvrPmG9tE9I/AAAAAAAAAF0/WfTKVSj6f0E/s320/New-Mexico-plateau_blog.jpg" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif; text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;&lt;i&gt;(New Mexico Plateau)&lt;/i&gt; &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;Sarà il caldo, sarà l'afa mozzafiato, saranno le zanzare aggressive e cattivissime o forse solo i guasti dell'età: comunque sia, al vostro cronista americano l'estate sbalestra neuroni e sinapsi, stimola associazioni improbabili, connessioni azzardate e sbilenche, temerarie associazioni di luoghi, nomi, paesaggi, eventi storici.&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;Un esempio di questi stravaganti frullati mentali è lo sgangherato itinerario di viaggio, perfettamente percorribile e assolutamente dissennato, di certo assente da qualsiasi guida turistica degna di rispetto, riassunto nel titolo: &lt;i&gt;Los Alamos – Cuba – Bluff!&amp;nbsp;&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;(il punto esclamativo, seppur facoltativo, sta lì a conferire immeritato sapore d'urgenza ed evocare &lt;i&gt;d'emblée &lt;/i&gt;scampate catastrofi).&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;Un puro &lt;i&gt;divertissement&lt;/i&gt;, ma un po' &lt;i&gt;noir&lt;/i&gt;.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/SvrP3rWsVbI/AAAAAAAAAF8/nRRAqzNLrDo/s1600-h/Santa-Fe_blog.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" src="http://3.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/SvrP3rWsVbI/AAAAAAAAAF8/nRRAqzNLrDo/s320/Santa-Fe_blog.jpg" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif; text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;&lt;i&gt;(Santa Fe, NM) &lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;&lt;i&gt;Los Alamos&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;Il presupposto è che il turista abbia già visitato le perle del Nuovo Messico: la bella, costosa e &lt;i&gt;trendy&lt;/i&gt; Santa Fe, seconda o terza più antica città degli odierni Stati Uniti, e la vicina e più abbordabile Taos, entrambe profondamente impregnate di sapori ispanici e amerindi. Impareggiabile, per esempio, il villaggio di “indiani”&lt;i&gt; &lt;/i&gt;Pueblo alle porte di Taos (se solo Cristoforo Colombo non avesse pigliato quell'incredibile granchio geografico pensando d'aver raggiunto le Indie, risulterebbe oggi più facile chiamare gli autoctoni “Nativi Americani”, ma pazienza).&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/SvrP_Q4iXzI/AAAAAAAAAGE/nXEMd9wcEzw/s1600-h/Taos_Pueblo_blog.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" src="http://4.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/SvrP_Q4iXzI/AAAAAAAAAGE/nXEMd9wcEzw/s320/Taos_Pueblo_blog.jpg" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-size: 14pt;"&gt; &lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;&lt;i&gt;&amp;nbsp;&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;&lt;i&gt;(Taos, NM: Pueblo) &lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;Dopo aver stancato la fotocamera digitale e razziato le gioiellerie sotto gli splendidi portici di Santa Fe, è dunque tempo di dedicarsi a questioni più serie. La bomba atomica, per dirne una.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;E Los Alamos è proprio lì a due passi.&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;Non che ci sia un granché da vedere, a Los Alamos. Ma il gusto sta tutto in quell'inevitabile &lt;i&gt;frisson&lt;/i&gt; che ti coglie quando stai per metter piede nella cittadina che diede i natali ai primi ordigni nucleari. L'operazione venne varata nel '43, fu battezzata “progetto Manhattan” (forse per depistare le spie?), si sviluppò appunto tra le rigogliose foreste di questo angolo di Nuovo Messico, e culminò nell'agosto del '45 con lo sgancio di due bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki.&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;A prescindere dalle innegabili conquiste scientifiche nonché dalle più discutibili considerazioni su quanto le bombe in questione abbiano accelerato la resa del Giappone, certo è che da queste parti dimostrano di avere un senso dello &lt;i&gt;humor&lt;/i&gt; agghiacciante: &lt;i&gt;Los Alamos – dove si fanno scoperte!&lt;/i&gt; è il benvenuto a caratteri cubitali che la città offre&amp;nbsp; al visitatore. Turisti nipponici astenersi.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/SvrQVCAdMYI/AAAAAAAAAGM/cxSytiNKwDU/s1600-h/Los-Alamos_blog.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" src="http://2.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/SvrQVCAdMYI/AAAAAAAAAGM/cxSytiNKwDU/s320/Los-Alamos_blog.jpg" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif; text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;&lt;span style="font-size: 14pt;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;&lt;i&gt;(Los Alamos, NM: l'ingresso in città) &lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;&lt;i&gt;Cuba&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;Il tema nucleare, appena abbordato, con un pizzico di fantasia lo si può ritrovare poco dopo. Basta volerlo, basta cercarlo, basta studiare attentamente la cartina:&amp;nbsp; passata Los Alamos, c'è una strada che porta a Cuba! &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;La memoria del turista corre alla Grande Paura (maiuscole giustificate) del lontano autunno 1962, allorquando un aereo-spia americano in volo sopra l'isola di Cuba fotografò installazioni sospette. Certo, occorre ricordare che L'Avana aveva appena sventato un maldestro tentativo d'invasione ad opera di esuli cubani addestrati e finanziati da Washington (ci si può chiedere, col senno di poi: perché sbarcare in una baia chiamata “dei Porci”?)&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;E va pure detto che, non appena rimediata la figuraccia, la Casa Bianca aveva rilanciato e moltiplicato i tentativi di levarsi di torno Fidel Castro e i suoi &lt;i&gt;barbudos. &lt;/i&gt;Tutto&lt;i&gt; &lt;/i&gt;questo per sottolineare che Cuba aveva le sue buone ragioni per correre ai ripari e chiedere aiuto all'alleato sovietico.&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;Detto fatto: Mosca fornisce a Fidel un po' di missili a testata nucleare e li punta sul gigante americano, l'aereo-spia ci vola sopra e li fotografa, e l'intero pianeta si ritrova a un passo da Armageddon.&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;A proposito di film: la storia dei missili è raccontata in una bella pellicola con Kevin Costner: &lt;i&gt;Thirteen Days&lt;/i&gt;, “Tredici giorni” - che sono appunto&amp;nbsp; quei giorni in cui la Guerra Fredda si fece caldissima, intensissima, quando una mossa sbagliata, un'incomprensione diplomatica, un &lt;i&gt;bluff&lt;/i&gt; di troppo, mal fatto o mal decifrato, avrebbero potuto significare la fine del mondo. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;E allora come può, il nostro turista sgangherato, resistere alla tentazione offerta dalla sua cartina stradale e negarsi l'obliquo, perverso piacere di viaggiare direttamente &lt;b&gt;&lt;i&gt;da Los Alamos a Cuba&lt;/i&gt;?&lt;/b&gt;&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/SvrQkjIikNI/AAAAAAAAAGU/zybJkemfDwM/s1600-h/Valles-Caldera_blog.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" src="http://1.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/SvrQkjIikNI/AAAAAAAAAGU/zybJkemfDwM/s320/Valles-Caldera_blog.jpg" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif; text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;&lt;span style="font-size: 14pt;"&gt;&lt;i&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;(Valles Caldera, NM, lungo la statale 126) &lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;Com'è giusto e appropriato che sia, il tragitto è breve ma non facile, la strada è tortuosa, s'arrampica a fatica su per i monti, attraversa incantevoli paesaggi che alternano l'alpino al Far West, sfila lungo una verdeggiante caldera vulcanica, poi all'improvviso finisce l'asfalto e la statale &lt;i&gt;New Mexico 126&lt;/i&gt;&amp;nbsp; si fa umilissima striscia di ghiaia e terra, chiusa al traffico durante l'inverno e ogniqualvolta uno scroscio violento la trasformi in una trappola di fango. Poi, dopo trenta miglia di buche e scossoni, finalmente la “discesa” su Cuba.&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/SvrREqJEaZI/AAAAAAAAAGk/mZhG-0a2FpU/s1600-h/Cuba-Elev-6905_blog.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" src="http://3.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/SvrREqJEaZI/AAAAAAAAAGk/mZhG-0a2FpU/s320/Cuba-Elev-6905_blog.jpg" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: center;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size: 14pt;"&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;Le virgolette attorno alla “discesa” s'impongono d'imperio alla comparsa del cartello che annuncia il villaggio, conficcato in una lunga pianura avvolta da monti aguzzi e monti mozzati chiamati &lt;i&gt;mesas&lt;/i&gt;: Cuba, altitudine 6'905 piedi, ovvero duemilacento metri. L'altopiano, qui, è roba seria.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;Se il nome Cuba sia mutuato dall'omonima isola di Fidel o se invece derivi dal termine spagnolo &lt;i&gt;cuba &lt;/i&gt;o &lt;i&gt;cubeta &lt;/i&gt;(tino, botte, tinozza) è uno dei pochi quesiti che si propongono all'attenzione del viandante. Come tutti i villaggi dall'aspetto languidamente trascurabile e dalla vitalità latitante, con le insegne e i cartelloni che urlano al vuoto, “Cuba ha una storia lunga e interessante”, come recita infatti il sito web del paese. Sarà, ma non si vede. E va bene così, basta il nome.&lt;i&gt; &lt;/i&gt;Delle tante Cuba sparse negli Stati Uniti questa, con la sua irriverente vicinanza alla culla della bomba atomica, è forse la più armata di forza evocatrice.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/SvrRWckTNFI/AAAAAAAAAGs/ftWunLngm54/s1600-h/Cuban-Cafe_blog.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" src="http://1.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/SvrRWckTNFI/AAAAAAAAAGs/ftWunLngm54/s320/Cuban-Cafe_blog.jpg" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-size: 14pt;"&gt; &lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;&lt;o:p&gt;&lt;i&gt;&amp;nbsp;&lt;/i&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;&lt;o:p&gt;&lt;i style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;(Cuba, NM: Cuban Cafe) &lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;&lt;i&gt;Bluff&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;Per taluni sarà il richiamo del poker, quando all'ultima mano ti giochi l'orologio e le brache. Per altri il fascino dei duelli tra massimi sistemi, quando signori eleganti e perbene giocano per qualche giorno con razzi e bombe e il destino dell'umanità. A tutti, indistintamente, una località di nome &lt;i&gt;Bluff&lt;/i&gt; non può non suonare irresistibile.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;A Bluff ci si arriva, da Cuba, con le ombre lunghe della sera, ché così l'inquadratura è perfetta, dopo aver digerito miglia e miglia di allenamento al vero paesaggio da western, infilando stanchi articolati a diciotto ruote che trasportano non-si-sa-cosa verso non-si-sa-dove (ancor più misterioso è perché transitino di qua).&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/SvrRu9HjBvI/AAAAAAAAAG0/HRwHditaaek/s1600-h/Car-wrecks_blog.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" src="http://3.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/SvrRu9HjBvI/AAAAAAAAAG0/HRwHditaaek/s320/Car-wrecks_blog.jpg" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: center;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;Carcasse d'auto passate alla pressa sono l'unico carico decifrabile e assolutamente ragionevole sulla statale 550, che scivola verso nord-ovest tra &lt;i&gt;mesas &lt;/i&gt;e pali della luce.&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;Breve sosta obbligatoria a &lt;i&gt;Four Corners, &lt;/i&gt;“Quattro angoli”, l'unico luogo negli&amp;nbsp; USA dove i confini di quattro Stati si toccano, e il viandante può per un istante credersi un po' Dio Onnipotente, ubiquo: un piede nel Colorado, l'altro nel Nuovo Messico. mano sinistra in Arizona, mano destra nello Utah.&lt;i&gt; &lt;/i&gt;Lo fanno tutti, grandi e piccini.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;E poi c'è Bluff, fondata nel 1880 da una spedizione di Mormoni (altra storia affascinanate, quella dei Mormoni!). Proviamo a mescolare storia vera e speculazioni nostre: dopo trecento chilometri di marcia i Mormoni, esausti, decidono di essere arrivati nel posto giusto. Sfiancati dalle tribolazioni del viaggio e a corto di fantasia, si guardano in giro, vedono ovunque &lt;i&gt;mesas, &lt;/i&gt;pinnacoli di roccia e rossastri dirupi verticali, e battezzano il loro nuovo insediamento: &lt;i&gt;Bluff&lt;/i&gt;, che in inglese significa scogliera, promontorio, falesia (come fondare un villaggio in valle di Muggio e chiamarlo Monte).&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/SvrSBaUu8dI/AAAAAAAAAG8/SXXVw3KAge4/s1600-h/Twin-Rocks-Cafe_blog.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" src="http://4.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/SvrSBaUu8dI/AAAAAAAAAG8/SXXVw3KAge4/s320/Twin-Rocks-Cafe_blog.jpg" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: center;"&gt;&lt;i&gt;&lt;span style="font-size: 14pt;"&gt; &lt;span style="font-size: small;"&gt;&lt;span style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;(Bluff, UT: Twin Rocks Cafe)&lt;/span&gt;&lt;br style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;" /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;Bluff sono trecento anime immerse in un panorama mozzafiato e&amp;nbsp; incomprensibilmente intatto: un elegante motel in legno, un ristorante stile John Wayne, un inquietante caffé ai piedi delle &lt;i&gt;Twin Rocks&lt;/i&gt;, i Pinnacoli Gemelli, cui chiedi di non franarti addosso come altri e più noti gemelli protesi al cielo.&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/SvrSieHKVBI/AAAAAAAAAHM/TD5WC844QZM/s1600-h/Buick-Super_01_blog.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" src="http://4.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/SvrSieHKVBI/AAAAAAAAAHM/TD5WC844QZM/s320/Buick-Super_01_blog.jpg" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;i&gt;&lt;span style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif; font-size: small;"&gt;(Bluff, UT)&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: center;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;E a due passi, degnissimo coronamento di questo breve itinerario sghembo, mano tanto ignota quanto ispirata ha lasciato lentamente decomporsi al sole e al vento dell'altopiano un vecchio furgoncino Dodge e un'incantevole Buick del '49 o del '50. Come quelle che ancora oggi vivono e soffrono e sbuffano a Cuba (l'isola, non il villaggio).&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;Forse lo sospettavi da tempo: a occhi aperti si sogna meglio.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/SvrSieHKVBI/AAAAAAAAAHM/TD5WC844QZM/s1600-h/Buick-Super_01_blog.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/a&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/SvrSRx5bvOI/AAAAAAAAAHE/WM_FXwqREgs/s1600-h/Dodge-pick-up_blog.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" src="http://3.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/SvrSRx5bvOI/AAAAAAAAAHE/WM_FXwqREgs/s320/Dodge-pick-up_blog.jpg" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: center;"&gt;&lt;i&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;&lt;span style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;(Bluff, UT)&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size: 14pt;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;i&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;&lt;span style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;o:p&gt;(&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;copyright testo e immagini: VASCO DONES; inedito)&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size: 14pt;"&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size: 14pt;"&gt;&amp;nbsp; &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/494161990260534397-2560220919358657282?l=bricioledamerica.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://bricioledamerica.blogspot.com/feeds/2560220919358657282/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=494161990260534397&amp;postID=2560220919358657282&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/494161990260534397/posts/default/2560220919358657282'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/494161990260534397/posts/default/2560220919358657282'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://bricioledamerica.blogspot.com/2009/11/los-alamos-cuba-bluff.html' title='Los Alamos - Cuba - Bluff!'/><author><name>Vasco Dones</name><uri>http://www.blogger.com/profile/08185888549176699406</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/SvrPmG9tE9I/AAAAAAAAAF0/WfTKVSj6f0E/s72-c/New-Mexico-plateau_blog.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-494161990260534397.post-1854586786430984679</id><published>2009-10-14T11:19:00.005-04:00</published><updated>2009-10-14T11:43:22.081-04:00</updated><title type='text'>L'isola Amish</title><content type='html'>&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;Per i circa duecentomila Amish d’America, il mondo si divide sostanzialmente in due: da un lato ci sono loro, gli Amish; dall’altro vivono &lt;i&gt;“gli inglesi”&lt;/i&gt;, cioè quei trecento milioni di cittadini americani – di varie origini, colori e confessioni – ai quali è stato insegnato che le guerre d’indipendenza di due secoli fa erano state combattute (appunto) contro &lt;i&gt;gli inglesi&lt;/i&gt;. Ma tant’è: per come la vedono gli Amish, quella brava gente &lt;i&gt;inglese&lt;/i&gt;&lt;i&gt; &lt;/i&gt;era e&lt;i&gt; inglese &lt;/i&gt;resta – anche sotto la bandiera a stelle e strisce. Forse perché gli “&lt;i&gt;inglesi”&lt;/i&gt; (cioè gli &lt;i&gt;altri americani&lt;/i&gt;, coi quali gli Amish intrattengono peraltro rapporti spassionatamente cordiali) ogni tanto gliene combinano una grossa.&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&amp;nbsp; &lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;Per esempio: quando nel marzo del 1979 la centrale nucleare di Three Mile Island arrivò a un soffio dal produrre la Madre di Tutte le Catastrofi (offrendoci un antipasto di quanto sarebbe poi accaduto a Cernobyl), il reattore in agonia minacciò di trascinare nell’inferno radioattivo non solo mezza Pennsylvania, assetata d’energia come tutta l’America, ma anche una comunità che non aveva mai consumato nemmeno un kilowatt di elettricità: gli Amish della contea di Lancaster, che per ironia della sorte vivono a una manciata di chilometri dalla centrale elettronucleare di Three Mile Island ma si rifiutano cocciutamente di agganciarsi alla rete elettrica.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;Quegli stessi Amish, pacifici e pacifisti a oltranza, che pochi giorni fa &lt;i&gt;(NdR: era l'autunno 2006)&lt;/i&gt;, nella minuscola scuola di Nickel Mines, hanno dovuto raccogliere dieci loro figlie – cinque morte ammazzate, cinque gravemente ferite – imbottite di piombo da un lattaio improvvisamente impazzito: un &lt;i&gt;“inglese”&lt;/i&gt;, ovviamente, perché per distribuire il latte bisogna saper guidare il furgone, e gli Amish non guidano mezzi meccanici con motore a scoppio (solo carretti trainati da cavalli, e dalle cui ruote sono banditi i pneumatici perché la gomma è un lusso che renderebbe il viaggio troppo confortevole).&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;E non imbracciano un fucile, mai. E quando s’infuriano (raro) non chiamano l’avvocato per farti causa (sarebbe un atto di violenza, secondo loro). E se proprio volessero chiamarlo, dovrebbero uscire di casa, montare in calesse (niente auto, l’abbiamo detto) e raggiungere una cabina pubblica, perché hanno messo al bando i telefoni privati.&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;E tra di loro conversano in una strana lingua che gli &lt;i&gt;“inglesi”&lt;/i&gt; (con la superficialità dei potenti) hanno avventatamente battezzato &lt;i&gt;Pennsylvania Dutch &lt;/i&gt;(“olandese della Pennsylvania”)&lt;i&gt;,&lt;/i&gt; impropria traduzione del termine &lt;i&gt;Deutsch &lt;/i&gt;sentito usare dagli Amish – i quali invece più che olandese parlano tedesco, un tedesco che a ogni germanico suonerebbe arabo, ma che un Confederato di Ostermundigen riuscirebbe in parte a decifrare. Sì, gli Amish comunicano tra loro in una sorta di svizzero-tedesco-alsaziano d’altri tempi. Anche perché svizzero (bernese della Simmenthal, per la precisione) era il loro fondatore Jakob Amman. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="center" class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif; text-align: center;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;***&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;Torniamo dunque in Svizzera per due briciole di storia patria. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;Zurigo, Anno Domini 1525: sotto la guida di un certo Felix Manz un pugno di protestanti radicali (oggi li chiameremmo “fondamentalisti”, ma pare che già Martin Lutero li definisse “i fanatici”) si oppongono apertamente a Zwingli: ne contestano la decisione di affidare allo Stato la Riforma della Chiesa, riforma che comunque reputano troppo blanda. E sostengono che la Chiesa ha bisogno di credenti consapevoli: rifiutano quindi il battesimo dei neonati, e si fanno “ribattezzare” da adulti.&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;E’ l’inizio del movimento &lt;i&gt;anabattista&lt;/i&gt; (dal greco “battezzare di nuovo”). Ma quella di Manz e compari è presto considerata un’eresia e, in accordo coi costumi dell’epoca, i protagonisti della contestazione e i loro seguaci vengono duramente perseguitati (da tutti: cattolici, luterani e calvinisti). Felix Manz sarà affogato nella Limmat, diventando così il primo martire della Chiesa anabattista; altri finiranno bruciati sul rogo, compresi donne, anziani e bambini.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;Gli anabattisti – anche detti “la gente semplice” per via del loro stile di vita improntato all’umiltà – si sparpagliano poi per l’Europa, finché un bel giorno trovano il sistema di farla grossa:&amp;nbsp; prendono il controllo della città di Münster, e lì per più di un anno ne combinano di tutti i colori. Pur predicando non-violenza e rigore morale, si lasciano andare a ogni sorta di nefandezze (stupri inclusi), finché l’esercito lanzichenecco riesce a riconquistare la città.&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;La faccenda finisce in un gigantesco bagno di sangue, condito da torture, abiure negate, e gli immancabili roghi. Il movimento anabattista è allo sbando, la sua reputazione distrutta.&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;Ritroverà più tardi nuova linfa sotto la guida di un ex sacerdote olandese – Menno Simons – dal quale assumerà il nome di “Chiesa mennonita”. Poi, verso la fine del 1600, lo scisma e la nascita degli Amish per mano del bernese Jakob Amman.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="center" class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif; text-align: center;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;***&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;Su Jakob Amman la storia dice poco. Nato a Erlenbach, nella Simmental, probabilmente nel 1644, Amman era un mennonita che per praticare il suo credo aveva dovuto rifugiarsi in Alsazia. Si sa comunque che Amman – in barba al dichiarato pacifismo mennonita – era personaggio alquanto litigioso. E anche parecchio intransigente: fu infatti lui a insistere sulla necessità di osservare col massimo rigore la &lt;i&gt;Meidung&lt;/i&gt;, cioè la pratica di ostracizzare (dunque evitare, mettere al bando) quei fedeli che il movimento anabattista, per un motivo o per l’altro, aveva scomunicato.&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;Ed è proprio su questo punto che si consumò lo scisma mennonita: Amman, esigendo una ferrea applicazione della regola dell’ostracismo nei confronti dei ripudiati, scomunicò tutti i mennoniti che non la pensavano come lui (e da taluni venne a sua volta scomunicato), e finì col dar vita al movimento Amish, costola ultra-fondamentalista della Chiesa anabattista.&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;Il clima politico europeo di quel tempo, poco incline alla tolleranza, e gli sconfinati orizzonti che parevano aprirsi al di là dell’Atlantico, fecero poi il resto: gli Amish decisero che valeva la pena tentare la sorte nel Nuovo Mondo.&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;I primi sbarcarono a Philadelphia nel 1737, attratti dalla promessa del quacchero William Penn di edificare uno stato tollerante e aperto a ogni credo (la Pennsylvania, appunto). Il risultato è che oggi in Europa degli Amish non c’è più traccia: sono tutti nel Nuovo Mondo, alcuni (pochi) in Centroamerica, la stragrande maggioranza negli Stati Uniti, soprattutto in Ohio, Pennsylvania e Indiana. Dove sono ormai oggetto di grande curiosità e rappresentano – loro malgrado - un’importante attrazione turistica.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="center" class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif; text-align: center;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;***&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;Nella contea di Holmes (in Ohio), così come nella contea di Lancaster (in Pennsylvania) – dove vivono le due più consistenti comunità Amish del mondo - le fattorie Amish le riconosci a prima vista: sono quelle prive del cavo di allacciamento alla rete elettrica.&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;Se hai fortuna vedrai arrivare anche il calesse, con a bordo gli uomini dalla lunga barba e le donne a capo sempre coperto (se proprio non puoi rinunciare all’istantanea-ricordo, meglio scattarla con discrezione e da lontano: gli Amish non apprezzano foto, tivù, registratori e altre diavolerie simili, e di regola non rilasciano interviste).&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;Ma non cercare le chiese Amish: non ci sono. Sembra incredibile che una comunità tanto impegnata a vivere secondo i precetti della Bibbia, ventiquattrore su ventiquattro, non abbia edifici di culto, eppure è una scelta coerente con il ripudio di ogni e qualsiasi oggetto, atto o manifestazione che possa apparire “immodesto”: gli Amish celebrano la funzione religiosa della domenica a casa dei membri della comunità, a rotazione. E solo ogni seconda settimana; in compenso la funzione può durare anche tre ore o più.&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;Clero non ce n’è, a parte il cosiddetto “vescovo”, una sorta di “primus inter pares” scelto dal caso – mediante estrazione a sorte - tra alcuni nominativi proposti dai membri della congregazione. La vita è fatta di preghiera e di lavoro: possibilmente nei campi, a mano, con l’ausilio del cavallo e dei macchinari più rudimentali.&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;A fianco, sull’asfalto della &lt;i&gt;highway,&lt;/i&gt; rombano i possenti fuoristrada dell’americano medio, ma gli Amish non ci fanno caso: tutt’al più vendono agli &lt;i&gt;“inglesi”&lt;/i&gt; i loro magnifici &lt;i&gt;quilts&lt;/i&gt;, trapunte fatte a mano apprezzatissime dai turisti che invadono le contee Amish nell’illusione di trovarvi un paradiso che non c’è, che non è mai esistito, e che comunque nessuno degli &lt;i&gt;“inglesi”&lt;/i&gt;&lt;i&gt; &lt;/i&gt;vorrebbe abitare, perché nessun&lt;i&gt; “inglese”&lt;/i&gt; ha veramente voglia di tornare a tracciare solchi nei campi con un aratro e due buoi.&amp;nbsp;&lt;/span&gt; &lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;Eppure secondo gli Amish l’atteggiamento corretto di fronte alle cose terrene sta tutto racchiuso in una parola (tedesca, ovviamente): &lt;i&gt;Gelassenheit&lt;/i&gt;, rozzamente traducibile con “calma, tranquillità”.&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;E per i piccoli quesiti della vita quotidiana c’è &lt;i&gt;Die Ordnung &lt;/i&gt;(“L’Ordine”), un compendio di regole aggiornato e rivisto ogni due anni che stabilisce che cosa è lecito e che cosa è vietato (per esempio: elettricità dalla rete no, batterie sì; telefono privato no, cabina pubblica sì; telefono cellulare forse, dipende dalle esigenze; viaggio in automobile sì, ma solo nel ruolo di passeggero).&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;Una piccola fetta della comunità sfugge all’obbligo della rigorosa osservanza dell’&lt;i&gt;Ordnung&lt;/i&gt;: i giovani tra i quattordici anni (fine della scuola media, massimo livello di studi concesso perché scervellarsi troppo fa male) e i diciotto o venti, allorquando dovranno scegliere se farsi battezzare (e dunque aderire ufficialmente alla Chiesa Amish) oppure lasciare la famiglia, la comunità, la tranquilla &lt;i&gt;Gelassenheit&lt;/i&gt; dell’isola Amish, e entrare nel mondo degli &lt;i&gt;“inglesi”&lt;/i&gt;.&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;In questa sorta di interregno prima della grande scelta, i giovani Amish vivono il cosiddetto &lt;i&gt;“Rumspringa” &lt;/i&gt;(alla lettera: “correre in giro”, ma col significato implicito di “folleggiare”), gli anni in cui è lecito (anche per loro) bere, ubriacarsi, guidare l’auto, ballare, tirare tardi, fare quelle cose più o meno divertenti e più o meno trasgressive che eccitano tutti gli adolescenti d’Occidente.&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;Alla fine del &lt;i&gt;Rumspringa&lt;/i&gt; si sceglie: o dentro o fuori, o Amish o novello &lt;i&gt;“inglese”&lt;/i&gt;. E finisce che - per convinzione, per richiamo divino, o per timore dell’aggressivo mondo che sta all’esterno della sicura e protettiva bolla Amish – il novanta per cento dei giovani Amish decide di restare nella comunità.&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;Chissà che cosa avrebbero scelto, fra qualche anno, le cinque ragazze appena falciate dal lattaio &lt;i&gt;“inglese”&lt;/i&gt;? &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;Però la vita prosegue, dicono gli Amish. Con &lt;i&gt;Gelassenheit&lt;/i&gt;, con calma e tranquillità, non appena possibile. “Forse citeremo l’evento nel prossimo numero del giornale”, ha confidato al &lt;i&gt;Los Angeles Times &lt;/i&gt;Elam Lapp, direttore del settimanale Amish &lt;i&gt;Die Botschaft&lt;/i&gt;.&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;Si riferiva proprio al massacro nella scuola di Nickel Mines, ora assediata dai reporter di mezzo mondo. Ma è collaudata prassi del suo giornale, ha chiarito Lapp, non pubblicare articoli su omicidi, guerra, sesso o religione.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;Tutto un altro mondo.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;span lang="IT-CH" style="font-family: &amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,&amp;quot;serif&amp;quot;;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;&lt;i style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;(© VASCO DONES; pubblicato sul settimanale svizzero AZIONE nell'autunno 2006)&lt;/i&gt;&lt;/span&gt; &lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;span lang="IT-CH" style="font-family: &amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,&amp;quot;serif&amp;quot;;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;span lang="IT-CH" style="font-family: &amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,&amp;quot;serif&amp;quot;;"&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/494161990260534397-1854586786430984679?l=bricioledamerica.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://bricioledamerica.blogspot.com/feeds/1854586786430984679/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=494161990260534397&amp;postID=1854586786430984679&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/494161990260534397/posts/default/1854586786430984679'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/494161990260534397/posts/default/1854586786430984679'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://bricioledamerica.blogspot.com/2009/10/lisola-amish.html' title='L&apos;isola Amish'/><author><name>Vasco Dones</name><uri>http://www.blogger.com/profile/08185888549176699406</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-494161990260534397.post-8774483254869802496</id><published>2009-10-09T21:42:00.013-04:00</published><updated>2009-10-09T22:04:03.538-04:00</updated><title type='text'>Il Nobel per la pace a Barack Obama</title><content type='html'>&lt;div style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;&lt;i&gt;(Ci raccontiamo storie per riuscire a vivere.&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;&lt;i&gt;"We Tell Ourself Stories in Order to Live" - Joan Didion)&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;La mattina del 4 novembre 2008 ho accompagnato una signora di colore, Betty Kilby, al seggio elettorale di Cleburne, in Texas. L'ho filmata mentre deponeva la scheda nell'urna: un altro voto per Barack Obama. &lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;Qualche giorno prima, nella sua città natale di Front Royal, in Virginia, Betty mi aveva raccontato la sua vita da ragazzina nera nel Sud, durante gli anni delle lotte per la desegregazione razziale. Una storia a tratti felice (papà aveva sfidato e sconfitto i bianchi della sua città), a tratti drammatica (all'ultimo anno di liceo, Betty era stata stuprata).&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;La sera di quel 4 novembre l'ho trascorsa con Betty, suo marito David (nerissimo pastore battista) e due loro amici di famiglia, anche loro di colore.&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;In principio l'incredulità, lo stupore ai primi risultati, poi la loro gioia e l'improvvisato ballo di Betty all'annuncio della vittoria di Obama mi hanno raccontato una storia magnifica - che a mia volta ho cercato di raccontare alla tivù svizzera.&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;i&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;( &lt;b&gt;&lt;a href="http://real.rsi.ch/tv/falo/2009/falo_01222009-450k.rm?start=55:43.9&amp;amp;end=1:24:40.5"&gt;"Da Betty a Barack"&lt;/a&gt; &lt;/b&gt;/ copyright RSI - Radiotelevisione svizzera - richiede RealPlayer)&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/Ss_j3mBFowI/AAAAAAAAAEM/Iqs-OPd_EEo/s1600-h/Betty-Kilby_blog.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/a&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/Ss_nf_e_9qI/AAAAAAAAAFM/iINOHnX7NLw/s1600-h/Betty-Kilby_blog.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" src="http://4.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/Ss_nf_e_9qI/AAAAAAAAAFM/iINOHnX7NLw/s320/Betty-Kilby_blog.jpg" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;&lt;i&gt;(Betty Kilby all'entrata del suo vecchio liceo a Front Royal, Virginia)&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;Il 20 gennaio sono sceso anch'io al &lt;i&gt;mall&lt;/i&gt; di Washington per partecipare alla cerimonia d'insediamento del primo presidente americano di colore. C'era un milione e mezzo di persone, forse due, tutte a sfidare il freddo per poter raccontare ai figli o ai nipoti - chissà quando, forse di fianco al caminetto - che quel giorno "c'eravamo anche noi".&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/Ss_kXGvsRSI/AAAAAAAAAEU/tqwLJWM9fZ0/s1600-h/Obama_Inauguration_Day_002_.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" src="http://2.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/Ss_kXGvsRSI/AAAAAAAAAEU/tqwLJWM9fZ0/s320/Obama_Inauguration_Day_002_.jpg" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/Ss_kjtRbJeI/AAAAAAAAAEc/jP0OJFSE6DI/s1600-h/Obama_Inauguration_Day_005_.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" src="http://3.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/Ss_kjtRbJeI/AAAAAAAAAEc/jP0OJFSE6DI/s320/Obama_Inauguration_Day_005_.jpg" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&amp;nbsp;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/Ss_kroVLVrI/AAAAAAAAAEk/DknnU73yLbQ/s1600-h/Obama_Inauguration_Day_006_.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" src="http://3.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/Ss_kroVLVrI/AAAAAAAAAEk/DknnU73yLbQ/s320/Obama_Inauguration_Day_006_.jpg" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;Ci sembrava una bella storia, una di quelle che ti vuoi portare dentro per i momenti - tanti - in cui ti chiedi dove stia il senso delle tue fatiche, delle tue pene, delle tue rabbie, dei tuoi vuoti. Sai che è un po' favola, un po' illusione, un po' leggera ubriacatura da fatica e disperazione. Sai che nel grande schema delle cose, poco o niente cambierà. Ma vuoi viverla, vuoi ascoltarla quella storia, vuoi partecipare un poco, vuoi fartela ripetere. Dopo si dorme meglio.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/Ss_k2jSLziI/AAAAAAAAAEs/lzEGpsyqjvU/s1600-h/Obama_Inauguration_Day_004_.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" src="http://3.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/Ss_k2jSLziI/AAAAAAAAAEs/lzEGpsyqjvU/s320/Obama_Inauguration_Day_004_.jpg" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/Ss_k96ZnVYI/AAAAAAAAAE0/4G_5Eq1M7rE/s1600-h/Obama_Inauguration_Day_003_.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" src="http://4.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/Ss_k96ZnVYI/AAAAAAAAAE0/4G_5Eq1M7rE/s320/Obama_Inauguration_Day_003_.jpg" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&amp;nbsp;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/Ss_lFJA-_XI/AAAAAAAAAE8/ET3ixtNxnUc/s1600-h/Obama_Inauguration_Day_007_.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" src="http://4.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/Ss_lFJA-_XI/AAAAAAAAAE8/ET3ixtNxnUc/s320/Obama_Inauguration_Day_007_.jpg" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: Georgia,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;Adesso alcuni signori tra Oslo e Stoccolma hanno deciso - come i bambini prima della nanna - che vogliono un &lt;i&gt;replay&lt;/i&gt; di quella favola, un secondo atto della storia tanto bella. Ecco perché hanno attribuito a Barack Obama il Nobel per la pace.&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;A me sta bene, io ci sto. Non voglio che questa storia finisca così presto.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/Ss_leDv5bCI/AAAAAAAAAFE/BJJIbPQ8Vwc/s1600-h/Obama_Inauguration_Day_009_.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" src="http://3.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/Ss_leDv5bCI/AAAAAAAAAFE/BJJIbPQ8Vwc/s320/Obama_Inauguration_Day_009_.jpg" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;&lt;i&gt;(Washington, DC, 20 gennaio 2009: "Inauguration Day") &lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/494161990260534397-8774483254869802496?l=bricioledamerica.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://bricioledamerica.blogspot.com/feeds/8774483254869802496/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=494161990260534397&amp;postID=8774483254869802496&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/494161990260534397/posts/default/8774483254869802496'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/494161990260534397/posts/default/8774483254869802496'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://bricioledamerica.blogspot.com/2009/10/ci-raccontiamo-storie-per-riuscire.html' title='Il Nobel per la pace a Barack Obama'/><author><name>Vasco Dones</name><uri>http://www.blogger.com/profile/08185888549176699406</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/Ss_nf_e_9qI/AAAAAAAAAFM/iINOHnX7NLw/s72-c/Betty-Kilby_blog.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-494161990260534397.post-7301416059279757910</id><published>2009-10-07T12:06:00.004-04:00</published><updated>2009-12-01T15:35:06.639-05:00</updated><title type='text'>Il minareto di via Ford</title><content type='html'>&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/SszNwFxpioI/AAAAAAAAAEE/_D7H1WTkORI/s1600-h/Detroit_Obama-Gas_02_blog.jpg" onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/SxV96I5KbqI/AAAAAAAAAHk/pUWzqlVBDVI/s1600/Detroit_Obama-Gas_02_blog.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" src="http://2.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/SxV96I5KbqI/AAAAAAAAAHk/pUWzqlVBDVI/s320/Detroit_Obama-Gas_02_blog.jpg" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/SszNwFxpioI/AAAAAAAAAEE/_D7H1WTkORI/s1600-h/Detroit_Obama-Gas_02_blog.jpg" onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size: 100%;"&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;Dearborn, città di centomila abitanti alle porte di Detroit, è oggi l'ultimo baluardo di ciò che un tempo fu la grande industria automobilistica americana. Dearborn ospita infatti il quartier generale della Ford, unica delle Tre Grandi (come vengono semplicemente chiamate qui) in grado di reggersi con le proprie forze, senza dover passare da bancarotta e nazionalizzazione forzata (General Motors) o ricorrere all'aiuto di buoni samaritani stranieri (Chrysler).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/SszKS0a1EqI/AAAAAAAAAD8/n9WnVO3Xi1A/s1600-h/Detroit_Obama-Gas_01_blog.jpg" onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}"&gt;&lt;img alt="" border="0" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5389905278713270946" src="http://3.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/SszKS0a1EqI/AAAAAAAAAD8/n9WnVO3Xi1A/s400/Detroit_Obama-Gas_01_blog.jpg" style="cursor: pointer; display: block; height: 173px; margin: 0px auto 10px; text-align: center; width: 400px;" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family: georgia; font-size: 100%; font-style: italic;"&gt;(Detroit, Michigan: Obama Gas Station)&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 100%;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;span style="font-size: 100%;"&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;Quest'ultimo è, tra l'altro, un caso che sta dando non pochi grattacapi agli americani informati, quelli che leggono i giornali, per intenderci: sanno che a salvare la Chrysler sarà l'italiana Fiat (e qui molti sorridono e accennano battutacce sulle ultime Fiat viste in circolazione vent'anni fa, ma in mancanza d'altro, vada pure per gli &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family: georgia; font-size: 100%; font-style: italic;"&gt;Italians&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 100%;"&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt; e le loro buffe vetturette), però poi s'imbattono nei resoconti delle tragicomiche avventure galanti di Berlusconi, e sperano che i Salvatori di Torino siano più seri e meno imbarazzanti del loro leader politico.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;Niente di tutto ciò, invece, per il glorioso marchio fondato da Henry Ford, il geniale inventore della Ford Modello T che motorizzò l'America grazie all'odiata catena di montaggio. Henry Ford a Dearborn – appunto – ci era nato, ci aveva insediato parte della sua industria, e ci aveva fatto edificare la sua magione personale.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;Certo, la Dearborn di oggi non è quella frenetica e ottimista di settant'anni fa, quando poteva vantare persino un aeroporto all'avanguardia, ovviamente battezzato Ford, il primo al mondo con le piste asfaltate (a quei tempi Ford produceva anche aeroplani).&lt;br /&gt;All'ombra della sede centrale della Ford, Dearborn è oggi un dignitoso sobborgo serenamente impegnato a scivolare – come gran parte dell'America - dal ceto medio  al medio-inferiore, ma ben felice di non condividere lo spaventoso degrado della vicina Detroit.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/SszIQOT2y7I/AAAAAAAAADU/sJD37kROkfs/s1600-h/Detroit_Engineering_Institu.jpg" onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}"&gt;&lt;img alt="" border="0" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5389903035100482482" src="http://1.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/SszIQOT2y7I/AAAAAAAAADU/sJD37kROkfs/s400/Detroit_Engineering_Institu.jpg" style="cursor: pointer; display: block; height: 350px; margin: 0px auto 10px; text-align: center; width: 400px;" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;(Detroit, Michigan: Detroit Engineering Institute)&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size: 100%;"&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;Tutto questo va raccontato per dare a Dearborn ciò che è di Dearborn, e cioè che nonostante la sua limitata celebrità internazionale, questa negletta periferia di Detroit è un vero, colossale pilastro della storia dell'industria USA, una sorta di  secolarissima Terrasanta che ha dato luce a una delle massime passioni nazionali, a sua volta fonte di intramontabili miti a stelle e strisce: il viaggio in automobile.&lt;br /&gt;Insomma, per farla breve, Dearborn è tanto americana quanto la torta di mele (come dicono da queste parti).&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;Negli anni più dorati di questo lembo di Michigan, le (allora) tre grandi case automobilistiche calamitavano a Detroit e dintorni manodopera da ogni angolo d'America. Anzi: da ogni angolo del mondo. E la manodopera accorreva a frotte, da ogni dove. Bianchi e neri dal profondo sud americano, chi per fuggire la povertà endemica di stati arretrati, chi per lasciarsi alle spalle il razzismo e i linciaggi. E poi sbarcò altra gente ancor più strana, da terre ancor più lontane ed esotiche.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;E' la solita storia, che conosciamo bene anche in Svizzera: chiami braccia, e invece ti arrivano uomini. E si trascinano appresso i loro bagagli, quelli fisici tenuti assieme dallo spago, e quelli culturali, spirituali, gastronomici perfino. Fu così che, per quegli strani scherzi della Storia, nell'americanissima Dearborn cominciarono a sbarcare arabi, tanti arabi. Prima cristiani maroniti dal Libano e dalla Siria, e poi, con sempre maggior frequenza, arabi musulmani. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family: georgia; font-size: 100%; font-style: italic;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Bref&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 100%;"&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;: oggi è di origine araba il trenta percento della popolazione di Dearborn (la più alta negli Stati Uniti). E giacché nell'America religiosissima un luogo sacro non lo si nega a nessuno, e il veneratissimo Primo Emendamento della Costituzione garantisce la piena libertà di culto, ecco nascere già nel lontano 1937 (!) la Yemeni Zaydi Dearborn Mosque, la prima moschea del Michigan e una delle prime dell'intera nazione.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;Fin qui, tutto normale.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/SszJX5yMJdI/AAAAAAAAADs/6AJsFGUgrAM/s1600-h/Dearborn_mosque_001_blog.jpg" onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}"&gt;&lt;img alt="" border="0" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5389904266541147602" src="http://2.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/SszJX5yMJdI/AAAAAAAAADs/6AJsFGUgrAM/s400/Dearborn_mosque_001_blog.jpg" style="cursor: pointer; display: block; height: 380px; margin: 0px auto 10px; text-align: center; width: 400px;" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-size: 100%;"&gt;&lt;span style="font-family: georgia; font-style: italic;"&gt;(Dearborn, Michigan: Islamic Center of America)&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;span style="font-size: 100%;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;Più sorprendente, però, è che la costruzione di una seconda, grande moschea – ufficialmente chiamata &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family: georgia; font-size: 100%; font-style: italic;"&gt;Islamic Center of America&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 100%;"&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt; - sia stata tranquillamente portata a termine nel 2005. Cioè dopo l'attacco terroristico di Al Qaeda al Pentagono e alle Torri gemelli.&lt;br /&gt;Pare che a Dearborn, per la nuova moschea, nessuno abbia fatto un plissé.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;Per chi volesse recarsi in visita, l'indirizzo è già un programma: la troverà al 19500 di Ford Road. Con elegante minareto fiancheggiato da Old Glory, la bandiera nazionale che si contorce al gelido vento del Michigan. Incastrata tra la chiesa apostolica armena (19300 Ford Road) e la chiesa ortodossa di San Clemente (19600 Ford Road).&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/SszJkfdnDbI/AAAAAAAAAD0/Hc0Y86Yohg4/s1600-h/Dearborn_mosque_004_blog.jpg" onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}"&gt;&lt;img alt="" border="0" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5389904482813808050" src="http://3.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/SszJkfdnDbI/AAAAAAAAAD0/Hc0Y86Yohg4/s400/Dearborn_mosque_004_blog.jpg" style="cursor: pointer; display: block; height: 400px; margin: 0px auto 10px; text-align: center; width: 334px;" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;&lt;span style="font-size: 100%;"&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;(© VASCO DONES;&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;&lt;span style="font-size: 100%;"&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;pubblicato nell'estate 2009 sul settimanale svizzero AZIONE)&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/494161990260534397-7301416059279757910?l=bricioledamerica.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://bricioledamerica.blogspot.com/feeds/7301416059279757910/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=494161990260534397&amp;postID=7301416059279757910&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/494161990260534397/posts/default/7301416059279757910'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/494161990260534397/posts/default/7301416059279757910'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://bricioledamerica.blogspot.com/2009/10/il-minareto-di-via-ford.html' title='Il minareto di via Ford'/><author><name>Vasco Dones</name><uri>http://www.blogger.com/profile/08185888549176699406</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/SxV96I5KbqI/AAAAAAAAAHk/pUWzqlVBDVI/s72-c/Detroit_Obama-Gas_02_blog.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-494161990260534397.post-7544247854667166975</id><published>2009-10-05T19:06:00.001-04:00</published><updated>2009-10-14T11:46:27.396-04:00</updated><title type='text'>Storie dal Muro di Washington</title><content type='html'>&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;&lt;br /&gt;Il Muro di Berlino. Il Muro del pianto. Il Muro della vergogna (ce ne sono tanti: l’ultimo l’hanno tirato su in Israele). La Grande Muraglia cinese… Anche Washington ha il suo muro con la emme maiuscola. E quelle che seguono sono alcune storie dal Muro di Washington.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/SsqEWnB1CUI/AAAAAAAAACU/ZulJCYFM_wM/s1600-h/Vietnam_War_Memorial_01_blo.jpg" onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" style="font-family: georgia;"&gt;&lt;img alt="" border="0" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5389265428070861122" src="http://4.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/SsqEWnB1CUI/AAAAAAAAACU/ZulJCYFM_wM/s400/Vietnam_War_Memorial_01_blo.jpg" style="cursor: pointer; display: block; height: 300px; margin: 0px auto 10px; text-align: center; width: 400px;" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia; font-size: 100%; font-weight: bold;"&gt;Dan Bullock&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 100%;"&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt; era un bambino nero di Goldsboro, nella Carolina del nord. Si dice che fosse un ragazzino tranquillo. A undici anni perse la madre. Papà si risposò e portò Dan e sua sorellina a vivere su al nord, a Brooklyn, New York, al 279 di Lee Avenue. Al giovanissimo Dan la metropoli non piaceva. Tenne duro per un po’, poi un giorno falsificò la data sul suo certificato di nascita e riuscì ad arruolarsi nei Marines. Era il diciotto settembre 1968: Dan aveva poco più di quattordici anni e mezzo.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;&lt;br /&gt;Lo sbarcarono in Vietnam il diciotto maggio del ’69, una domenica. Venti giorni più tardi, il sette giugno, il Private First Class (soldato di prima classe) Dan Bullock veniva falciato da una raffica di proiettili durante un attacco Viet Cong alla base di An Hoa, provincia di Quang Nam. Aveva quindici anni, cinque mesi e diciassette giorni: la più giovane vittima americana della guerra del Vietnam.&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Oggi il suo nome sta scolpito su una lapide al cimitero di Greensboro, North Carolina. E sta scritto su un cartello stradale lungo il Lee Boulevard di Brooklyn, l’odiato domicilio da cui era fuggito per diventare un Marine: gli hanno dedicato un pezzo di quella via. E sta inciso nel nero granito – lastra numero 23W, 96esima riga – del monumento ai caduti del Vietnam, nel centro di Washington, che ufficialmente si chiama Vietnam Veterans Memorial ma qui tutti conoscono semplicemente come &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family: georgia; font-size: 100%; font-style: italic;"&gt;The Wall&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 100%;"&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;, Il Muro.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;&lt;br /&gt;Tutt’intorno a Dan Bullock, sul Muro ci sono i nomi degli altri 58’255 soldati americani morti nella più lunga, sciagurata e tragica campagna militare combattuta nel quadro della cosiddetta Guerra Fredda, in nome del Mondo Libero e degli interessi del governo di Washington. Che dopo aver dilapidato in Indocina 650 miliardi di dollari, nella costruzione del Muro (o meglio: nello scavo del Muro, ma questo si chiarirà più avanti) non ha dovuto investire un solo centesimo. Quel Muro, dapprima criticato, deriso e osteggiato, è poi diventato il più famoso monumento degli Stati Uniti, visitato ogni anno da quasi quattro milioni di persone.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/SsqJHJoivjI/AAAAAAAAADM/KLsetuAlFWc/s1600-h/Vietnam_War_Memorial_11_blo.jpg" onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}"&gt;&lt;img alt="" border="0" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5389270660040277554" src="http://3.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/SsqJHJoivjI/AAAAAAAAADM/KLsetuAlFWc/s400/Vietnam_War_Memorial_11_blo.jpg" style="cursor: pointer; display: block; height: 289px; margin: 0px auto 10px; text-align: center; width: 400px;" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-size: 100%;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family: georgia; font-size: 100%; font-weight: bold;"&gt;Jan Scruggs &lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 100%;"&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;– un giovane di Bowie, nel Maryland - in Vietnam c’era stato, caporale nella 199esima brigata di fanteria leggera. Era rimasto ferito – come altri trecentomila suoi commilitoni - era guarito, s’era anche meritato una medaglia al valore, e aveva infine riportato a casa la pelle. Ma nonostante si fosse poi immerso negli studi all’American University di Washington, il Vietnam non gli usciva dalla mente e dalle viscere. Scruggs era convinto che i suoi compagni caduti meritassero comunque un monumento, nonostante quella guerra avesse condotto alla più umiliante sconfitta militare nella storia del paese.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;Nel maggio del ’79, visto che sul tema del monumento il Congresso continuava a tacere, Jan Scruggs lanciò una raccolta di fondi per la creazione del Vietnam Veterans Memorial: i primi 2'800 dollari ce li mise lui, di tasca sua. Quasi trecentomila americani risposero al suo appello, e in breve tempo Scruggs racimolò più di otto milioni di dollari. Adesso i soldi c’erano; mancava solo un degno progetto. Nell’ottobre dell’80 venne bandito il concorso.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family: georgia; font-size: 100%; font-weight: bold;"&gt;Maya Ying Lin&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 100%;"&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt; era nata nel ’59 ad Atene, una cittadina universitaria del profondo Ohio, figlia di una coppia di cinesi fuggiti dalla madrepatria poco prima della rivoluzione comunista del’49 che avrebbe portato al potere il “Grande Timoniere” Mao Tse-Tung. La mamma, poetessa, e il papà, un ceramista, avevano trovato impiego come insegnanti alla locale Ohio University. Maya riuscì invece a farsi ammettere alla facoltà di architettura della prestigiosissima università di Yale – la stessa frequentata dai Bush di ogni generazione.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;Durante il suo ultimo anno a Yale, nell’ambito di un seminario dedicato ai monumenti funebri, a Maya Lin venne imposto di partecipare al concorso per il &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family: georgia; font-size: 100%; font-style: italic;"&gt;Vietnam Veterans Memorial&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 100%;"&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;Maya partorì un progetto umile e rivoluzionario: nessuna figura classica che si elevasse al cielo, niente celebrazioni più o meno velate o esibite, no all’esaltazione del sacrificio umano in nome della Patria, nemmeno una bandiera al vento. Solo uno scavo e un muro: un’enorme ferita nel terreno, di foggia più o meno triangolare, dolce su un versante e delimitata – sui due lati che affondano verticalmente nella terra - da un muro composto da lastre di granito, a sua volta affiancato da un semplice sentiero lungo cui lasciar sfilare, percorrere, leggere, toccare con mano i nomi dei soldati caduti incisi nella pietra. Un muro che non si erge ma sprofonda, un muro che non vuole dividere bensì riunire: i morti con i vivi.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/SsqEwcSMo4I/AAAAAAAAACc/p-Nq3zeLrdk/s1600-h/Vietnam_War_Memorial_06_blo.jpg" onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" style="font-family: georgia;"&gt;&lt;img alt="" border="0" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5389265871863325570" src="http://2.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/SsqEwcSMo4I/AAAAAAAAACc/p-Nq3zeLrdk/s400/Vietnam_War_Memorial_06_blo.jpg" style="cursor: pointer; display: block; height: 202px; margin: 0px auto 10px; text-align: center; width: 400px;" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;Tra i più di 1'400 schizzi presentati al concorso, inoltrati tutti in forma anonima, la giuria scelse all’unanimità il progetto numero 1026. All’apertura della busta corrispondente, enorme fu la sorpresa quando venne svelata l’identità dell’autrice: Maya Ying Lin, ventun’anni, studentessa. Subito si accesero le polemiche.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;Il suo nome suonava troppo asiatico: non sarà per caso una vietnamita? E quel Memorial che pretendeva di affondare nell’erba, nell’umida terra al centro di Washington, non sapeva troppo di disfattismo? E l’assenza della gloriosa bandiera a stelle e strisce irritava, offendeva, profanava il sacrificio dei caduti – sostennero in molti. Un gruppo di reduci propose di buttare tutto a mare e ricominciare da capo. James Watt, l’allora segretario agli interni dell’amministrazione Reagan, si rifiutò di accordare il permesso di costruzione, a causa dell’assenza di elementi o simboli patriottici. Fu necessario arrivare a un compromesso: il Muro di Maya Lin sarebbe stato affiancato, poco distante, da un classico bronzo raffigurante tre soldati e  regolare pennone con stelle e strisce al vento.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;Pare che il coro di proteste abbia profondamente amareggiato la giovane studentessa di origine cinese. Ma il tempo è a volte galantuomo: in tutti gli Stati Uniti non c’è oggi monumento pubblico più visitato del Muro di Maya Lin. E sono ben pochi quelli che si fermano anche di fronte al bronzo coi tre militi e bandiera…&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/SsqGIqtvL1I/AAAAAAAAAC0/F5pP2q8Ow9I/s1600-h/Vietnam_Memorial_II_02_blog.jpg" onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" style="font-family: georgia;"&gt;&lt;img alt="" border="0" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5389267387565420370" src="http://2.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/SsqGIqtvL1I/AAAAAAAAAC0/F5pP2q8Ow9I/s400/Vietnam_Memorial_II_02_blog.jpg" style="cursor: pointer; display: block; height: 331px; margin: 0px auto 10px; text-align: center; width: 400px;" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family: georgia; font-size: 100%; font-weight: bold;"&gt;Albert Peter Dewey&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 100%;"&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt; non sta scolpito sul Muro di Washington, insieme ai caduti in Vietnam. Eppure morì a Saigon nel lontano settembre del ‘45, ed era un colonnello dell’esercito americano, e faceva addirittura parte dell’OSS (l’Office of Strategic Services, agenzia oggi più comunemente nota come “CIA”). E fu il primo americano ucciso in Vietnam da una pallottola comunista. Eppure…&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;La storia del pluridecorato maggiore Albert Peter Dewey è singolare e un po’ grottesca, e sembra volerci segnalare che le cose avrebbero forse potuto andare diversamente. Al termine della II Guerra Mondiale Dewey era stato inviato in Vietnam per prendere contatti col Viet Minh, il movimento comunista fondato nel ’41 da Ho Chi Minh per lottare contro l’occupazione giapponese e per conquistare l’indipendenza dalla Francia. In particolare, Dewey aveva il compito di coordinare il rimpatrio di circa duecento soldati americani fatti prigionieri dai giapponesi, impiegati come schiavi nella costruzione del ponte sul fiume Kwai (quello del celebre film) e detenuti a Saigon.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;Ma nell’immediato dopoguerra Saigon era teatro di mille intrighi: c’erano i vietnamiti che bramavano l’indipendenza, i francesi ansiosi di reinstallarsi come potenza coloniale, i britannici intenti a tessere le loro trame, gli americani a fare non si sa bene che cosa. E Albert Peter Dewey, dopo aver rispedito a casa gli ex prigionieri americani, cadde vittima di un qui pro quo causato (tragica ironia della sorte) dalla sua raffinata istruzione.&lt;br /&gt;Raccontata in breve, andò così: i suoi contatti coi Viet Minh – che ancora speravano di disfarsi pacificamente dei francesi grazie a negoziati e con l’aiuto degli americani – lo resero sospetto agli occhi del locale comandante britannico, che ne ordinò l’espulsione da Saigon.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;Sulla strada verso l’aeroporto, la jeep del maggiore Dewey incappò in un posto di blocco Viet Minh. Contrariato, Dewey – che tra l’altro aveva una laurea in storia della Francia e un passato da giornalista a Parigi –  urlò qualcosa in francese all’indirizzo dei miliziani Viet Minh. Questi lo scambiarono per un soldato francese e lo crivellarono di colpi, uccidendolo all’istante.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Seguirono mille scuse e un profondo imbarazzo da parte vietnamita. Ho Chi Minh ordinò ai suoi di scovare e recuperare il cadavere, arrivando persino a offrire un’astronomica ricompensa a chi avesse riportato il corpo di Dewey. Che non fu mai rintracciato.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;Ma gli USA non erano in guerra col Vietnam: ecco perché il maggiore Albert Peter Dewey, prima vittima americana di una pallottola comunista in Indocina, non sta scolpito sul Muro di Washington.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;Più tardi in Vietnam tornarono i soldati francesi (quelli veri).&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;Poi arrivarono altri americani, inviati dal presidente Truman in aiuto ai francesi sotto l’etichetta di “assistenti e consiglieri militari”, con la precisazione che non si trattava di truppe da combattimento. Ma le distinzioni sono labili, i confini opachi, la verità sfuggente. Le cose si complicarono quando i francesi vennero sconfitti a Dien Bien Phu e fecero i bagagli. Gli americani restarono. Come semplici “consiglieri militari”, almeno in teoria, almeno per i primi tempi.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;Ed è così che nacque il problema tipico dei conflitti striscianti, quelli combattuti senza dichiararlo apertamente - un grattacapo per chi deve scrivere la Grande Storia, ma anche per chi è alle prese con le tante piccole storie individuali che stanno dietro ai nomi del Muro di Washington. Perché sul monumento ai caduti della guerra del Vietnam hanno diritto di figurare, come ovvio, i caduti di quel conflitto. Ma chi è la prima vittima “ufficiale”? Quando iniziò “ufficialmente” la guerra americana in Vietnam?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;Il Pentagono fissa una data: il primo gennaio 1961. Ora, deposti i fucili e spento il napalm, si può accendere la battaglia delle scartoffie.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/SsqGyubFAbI/AAAAAAAAAC8/2JfM2qxDesU/s1600-h/Richard_B_Fitzgibbon_Jr_blo.jpg" onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" style="font-family: georgia;"&gt;&lt;img alt="" border="0" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5389268110115406258" src="http://4.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/SsqGyubFAbI/AAAAAAAAAC8/2JfM2qxDesU/s400/Richard_B_Fitzgibbon_Jr_blo.jpg" style="cursor: pointer; display: block; height: 400px; margin: 0px auto 10px; text-align: center; width: 300px;" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family: georgia; font-size: 100%; font-weight: bold;"&gt;Richard Bernard Fitzgibbon Jr.&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 100%;"&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;, sergente dell’aviazione USA, finì scolpito nel Muro – lastra 52E, 21esima riga - solo nel ’99, diciassette anni dopo l’inaugurazione del Vietnam Veterans Memorial. E solo dopo che il Pentagono ebbe corretto e riscritto la Storia, e spostato al 1° novembre del ‘55 l’inizio “ufficiale” dell’impegno bellico statunitense in Vietnam, facendo di Richard Bernard Fitzgibbon il primo caduto americano del conflitto – o almeno: così ha deciso la burocrazia.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;E se morire in guerra, comunque la si veda, è sempre un po’ assurdo, la fine di Richard Fitzgibbon Jr. è tragicamente grottesca. Ad ammazzarlo - una sera di giugno del ’56, appena tramontato il sole di Saigon – non fu un “Charlie”, un vietnamita comunista, bensì cinque pallottole americane sparategli dopo un alterco da un suo commilitone impazzito.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;E se ora qualcuno dovesse pensare che all’anima del defunto sergente Fitzgibbon in fondo non gliene fregava niente dell’iscrizione sul Muro, basta un dettaglio a far cambiare idea, perché sul granito del Memorial papà Fitzgibbon ha potuto riunirsi con suo figlio &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family: georgia; font-size: 100%; font-weight: bold;"&gt;Richard Fitzgibbon III&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 100%;"&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;, caporale dei Marines, ucciso in Vietnam nel settembre del ’65 e scolpito nel granito alla 77esima riga della lastra 2E del Muro di Washington.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/SsqHLB9R7PI/AAAAAAAAADE/3jmyLPOz8gQ/s1600-h/Richard_B_Fitzgibbon_01_blo.jpg" onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" style="font-family: georgia;"&gt;&lt;img alt="" border="0" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5389268527675993330" src="http://2.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/SsqHLB9R7PI/AAAAAAAAADE/3jmyLPOz8gQ/s400/Richard_B_Fitzgibbon_01_blo.jpg" style="cursor: pointer; display: block; height: 294px; margin: 0px auto 10px; text-align: center; width: 400px;" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;Così come è successo a &lt;/span&gt;&lt;span style="font-family: georgia; font-weight: bold;"&gt;Leo Claude Hester&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt; e a suo figlio &lt;/span&gt;&lt;span style="font-family: georgia; font-weight: bold;"&gt;Leo Claude Hester Jr.&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;, che hanno condiviso lo stesso nome, lo stesso corpo (l’aviazione) e lo stesso destino: deceduti entrambi in Vietnam nello schianto dei rispettivi velivoli. Prima il padre e dopo il figlio, per fortuna.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;Penso a mamma Nixon, una donna di Mulberry nell’Arkansas, della quale non conosco il nome ma immagino la nera disperazione quando il messo dell’esercito andò a comunicarle la morte di suo figlio &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family: georgia; font-size: 100%; font-weight: bold;"&gt;Samuel Ray Nixon&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 100%;"&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt; (ucciso il 21 marzo) e tornò pochi giorni dopo per annunciarle la perdita di un secondo figlio, &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family: georgia; font-size: 100%; font-weight: bold;"&gt;William Dale Nixon&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 100%;"&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt; (morto l’otto maggio).&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;Era il 1968, lo stesso anno in cui un altro Nixon (Richard) riusciva a farsi eleggere alla Casa Bianca.&lt;br /&gt;Oltre a Samuel e William, sul Muro ci sono iscritti i nomi di altri otto Nixon caduti in Vietnam. Tutti sanno quale fine toccò invece al Nixon presidente: costretto a dimettersi in seguito allo scandalo del Watergate, ma poi subito perdonato dal suo successore.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;Per il pluridecorato sergente &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family: georgia; font-size: 100%; font-weight: bold;"&gt;Jacob Dan “J.J.” Dones&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 100%;"&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt; la guerra del Vietnam era solo un capitolo di storia da studiare sui banchi di scuola. E poi durante l’addestramento militare.&lt;br /&gt;Dones era nato il 5 marzo dell’84 a Dimmitt, nel Texas.&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt; Appena diplomatosi alla locale High School, nel 2002 si era arruolato nell’esercito. Forse per convinzione, forse per avventura o per necessità, o forse perché fare il padre, a quell’età, era troppo difficile - J.J. Dones aveva già una figlia. Più tardi sua sorella Priscilla lo aveva imitato, ma invece dell’esercito lei aveva scelto i marines: tra i due erano nate rivalità a non finire.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;Il venti ottobre del 2005 J.J. Dones è morto in Irak, colpito durante un attacco alla sua base. Se mai un giorno dovessero erigere un altro Muro anche per quest’ultima folle guerra, con sopra tutti i caduti scolpiti o in rilievo, andrei a cercare il sergente Dones: un nome ci accomuna. Per ora gli hanno dedicato l’ufficio postale di Dimmitt, Texas. Popolazione: 4'375.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;(© VASCO DONES;&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size: 100%;"&gt;&lt;span style="font-size: 100%;"&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;pubblicato sul settimanale svizzero AZIONE nell'estate 2007)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/494161990260534397-7544247854667166975?l=bricioledamerica.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://bricioledamerica.blogspot.com/feeds/7544247854667166975/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=494161990260534397&amp;postID=7544247854667166975&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/494161990260534397/posts/default/7544247854667166975'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/494161990260534397/posts/default/7544247854667166975'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://bricioledamerica.blogspot.com/2009/10/storie-dal-muro-di-washington.html' title='Storie dal Muro di Washington'/><author><name>Vasco Dones</name><uri>http://www.blogger.com/profile/08185888549176699406</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/SsqEWnB1CUI/AAAAAAAAACU/ZulJCYFM_wM/s72-c/Vietnam_War_Memorial_01_blo.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-494161990260534397.post-2424202050956851718</id><published>2009-10-04T11:53:00.001-04:00</published><updated>2009-10-14T11:47:11.180-04:00</updated><title type='text'>Quel ramo del lago di Como</title><content type='html'>&lt;span style="font-size: 100%;"&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;&lt;br /&gt;Una modesta proposta tra il serio e il faceto: con l’euro alle stelle e il dollaro in cantina, perché non pensare a una vacanza negli USA? Se ritenete, per esempio, che Roma o Parigi costino troppo, potreste pianificare una capatina nello stato dell’Ohio: ci trovereste sei località chiamate Roma, una Nuova Roma, due Parigi, una Nuova Parigi, una Vienna, una Nuova Vienna, due Berlino e una Berlino Ovest – tutte a costo moderato. Basta non pretendere il Colosseo o la torre Eiffel (quella, come noto, sta a Las Vegas).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Agli eventuali leghisti e simpatizzanti padani è anche offerta l’occasione dell’agognata rivincita: Parma (Ohio) è più grande e più importante di tutte le Rome dello stesso stato. E per i brevi istanti di acuta nostalgia c’è sempre Nuovaberna (proprio così, tutto attaccato: Newbern, Ohio). Ormai, grazie al regista tedesco Wim Wenders, quasi tutti sanno che Parigi è in Texas – ma è anche nel Kentucky, nell’Iowa, nell’Idaho e in una dozzina di altri stati dell’Unione. Come d’altronde Roma, Vienna e Berlino (a proposito: negli Stati Uniti resistono tenacemente, in barba alla caduta del Muro, almeno cinque reincarnazioni di Berlino Est, di cui due nella sola Pennsylvania - ma sarebbe ovviamente errato leggervi rimpianti per la defunta Germania comunista).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-size: 100%;"&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/SsjGkn3UV0I/AAAAAAAAAB0/_Fu4p5AK_fc/s1600-h/Cuba_blog.jpg" onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}"&gt;&lt;img alt="" border="0" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5388775286627391298" src="http://1.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/SsjGkn3UV0I/AAAAAAAAAB0/_Fu4p5AK_fc/s400/Cuba_blog.jpg" style="cursor: pointer; display: block; height: 400px; margin: 0px auto 10px; text-align: center; width: 313px;" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;(Cuba, New Mexico)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;span style="font-size: 100%;"&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;&lt;br /&gt;L’apice dello spasso lo si raggiunge però andando alla ricerca del lago di Como, con o senza ramo rivolto a mezzogiorno. Il primo lo scoviamo in Pennsylvania, ma non è un lago bensì un villaggetto di duecento anime affogato tra verdi colline. Una creatura analoga, minuscola e improbabile, sta nel profondo Sud: Lake Como, Mississippi (niente lago, due stagni a mezzo chilometro), accompagnata dalla più consistente Como, Mississippi: milletrecento abitanti, un quarto bianchi e tre quarti neri (ma per favore li si chiami “afro-americani”). Poi c’è il Lario sul grande mare: Lake Como, New Jersey, ridente località affacciata sull’Atlantico con omonima pozza d’acqua dolce a cinquanta metri dall’oceano. E infine – meraviglioso capolavoro d’intesa italo-elvetica – ecco spuntare Lake Como, Wisconsin (cittadina e lago annesso condividono il nome), a solo mezzo miglio da Ginevra e rispettivo specchio d’acqua: Lake Geneva, Wisconsin. Punge vaghezza d’interpellare lo spirito del Manzoni per sentire che ne pensa di quest’ardito accostamento con la città di Calvino… &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;Ma per quale ragione – cara lettrice, caro lettore – ti racconto tutte queste corbellerie? Per ricordare obliquamente che l’America, giovane figlia del tuo continente, non ti può offrire gli splendori di quel Vecchio Mondo che ha voluto lasciarsi alle spalle, portandosi appresso le etichette nella speranza di rifarne i contenuti.  Meraviglie della natura sì, a volontà. Ma niente Acropoli, Pompei, terme di Caracalla, castelli della Loira, palazzi di Versailles (disseminate tra il Connecticut e il Missouri ci sono nove Versailles, ma temo sia meglio lasciar perdere).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-size: 100%;"&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/SsjOIqEcTSI/AAAAAAAAACE/qtKc8Do5N30/s1600-h/Monument-Valley_blog.jpg" onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}"&gt;&lt;img alt="" border="0" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5388783602275994914" src="http://1.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/SsjOIqEcTSI/AAAAAAAAACE/qtKc8Do5N30/s400/Monument-Valley_blog.jpg" style="cursor: pointer; display: block; height: 173px; margin: 0px auto 10px; text-align: center; width: 400px;" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;(Monument Valley, Arizona)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;span style="font-size: 100%;"&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 100%;"&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;Vista da qui, dalla pasticciata suburbia di Washington che ospita il tuo umile cronista, l’Europa appare come un enorme e strabiliante museo abitato, di una bellezza quasi oscena, sicuramente provocatoria - da scoprire, gustare e assaporare in ogni angolo con lo stesso spirito con cui si va, appunto, al museo. Ma gli Stati Uniti sono ben altra cosa, soprattutto per il turista. Le grandi città degne d’interesse, attraenti, stuzzicanti e godibili, sono in fondo ben poche: New York, Boston, il centro di Washington, il quartiere francese della martoriata New Orleans, i grattacieli di Chicago, l’impareggiabile San Francisco (qualcuno suggerisce d’aggiungervi Seattle). Le altre sono suppergiù tutte uguali, schematiche, prevedibili, non appagano, non gratificano l’occhio (se insisti, eccoti un paio di perle meno note: Charleston nella Carolina del sud e Savannah in Georgia). L’America, terra dal passato intenso ma brevissimo, non ha – e non può avere - le qualità museali dell’Europa, il suo sfacciato splendore, il suo fascino immediato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-size: 100%;"&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/SsjKV8mG9TI/AAAAAAAAAB8/8qdSlz59qyQ/s1600-h/Offerle_Kansas_blog.jpg" onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}"&gt;&lt;img alt="" border="0" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5388779432540828978" src="http://4.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/SsjKV8mG9TI/AAAAAAAAAB8/8qdSlz59qyQ/s400/Offerle_Kansas_blog.jpg" style="cursor: pointer; display: block; height: 265px; margin: 0px auto 10px; text-align: center; width: 400px;" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;(Offerle, Kansas)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;span style="font-size: 100%;"&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;&lt;br /&gt;L’America sfoggia un patrimonio naturale grandioso e impressionante, certo, ma la vera bellezza del paese va colta nel suo spirito, nei suoi sogni emigrati fin qui dall’Europa e più tardi da ogni angolo del pianeta, nella sua storia fatta di grandi aneliti, grandi errori, grandi conquiste, e piccole reliquie poco appariscenti. Solo così è possibile digerire, e magari persino apprezzare, le volgari arterie commerciali, i neon rutilanti, le pance obese esibite al barbecue del sabato pomeriggio, i quartieri in falso stile colonial-neo-tradizionale che sembrano usciti dall’irresistibile Truman Show.  Andare a zonzo per l’America significa visitare un’idea più che un territorio; significa fare il turista in un grande progetto, un immenso e disordinato laboratorio, spesso francamente bruttino: meglio saperlo in partenza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma se il quattro luglio tu dovessi per caso ritrovarti nella decaduta e impoverita Filadelfia, città della Dichiarazione d’Indipendenza e prima capitale dell’Unione, siediti sul bordo del marciapiede e assisti al corteo: davanti ai tuoi occhi vedrai sfilare rappresentanti di tutti i popoli del mondo, accomunati sotto la stessa bandiera non in nome di un’etnia, di una religione o di una lingua, ma in virtù di un progetto. Nata sul genocidio della popolazione pellerossa e marchiata dal terribile peccato dello schiavismo, l’America di oggi è comunque questa, piaccia o non piaccia: un’idea che arranca a fatica, più volte tradita e sempre rilanciata, un po’ confusa e impaurita, ma che per fortuna non ha ancora gettato la spugna. &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;Spero.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;(© VASCO DONES;&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size: 100%;"&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;pubblicato sul settimanale svizzero AZIONE nell'estate 2007)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-size: 100%;"&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/SsjQ47rMztI/AAAAAAAAACM/DZS7ahuGg-g/s1600-h/Inauguration-Day_blog.jpg" onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}"&gt;&lt;img alt="" border="0" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5388786630658936530" src="http://2.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/SsjQ47rMztI/AAAAAAAAACM/DZS7ahuGg-g/s400/Inauguration-Day_blog.jpg" style="cursor: pointer; display: block; height: 366px; margin: 0px auto 10px; text-align: center; width: 400px;" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;(Washington, DC, 20 gennaio 2009:&lt;br /&gt;Inauguration Day)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;span style="font-size: 100%;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/494161990260534397-2424202050956851718?l=bricioledamerica.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://bricioledamerica.blogspot.com/feeds/2424202050956851718/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=494161990260534397&amp;postID=2424202050956851718&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/494161990260534397/posts/default/2424202050956851718'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/494161990260534397/posts/default/2424202050956851718'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://bricioledamerica.blogspot.com/2009/10/quel-ramo-del-lago-di-como.html' title='Quel ramo del lago di Como'/><author><name>Vasco Dones</name><uri>http://www.blogger.com/profile/08185888549176699406</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/SsjGkn3UV0I/AAAAAAAAAB0/_Fu4p5AK_fc/s72-c/Cuba_blog.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-494161990260534397.post-5333643381712186322</id><published>2009-10-02T21:50:00.002-04:00</published><updated>2009-10-14T11:47:55.082-04:00</updated><title type='text'>Due passi in centro (e un caffè)</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: left;"&gt;&lt;span style="font-size: 100%;"&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;“Andiamo a fare due passi?” proposi un giorno di vent’anni fa a Tom, un amico americano. Era una splendida giornata di sole, rallegrata da una piacevole brezza. Tom rispose: “E perché mai?” &lt;/span&gt;&lt;/span&gt; &lt;span style="font-size: 100%;"&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;L’aneddoto m’è tornato in mente l’altro giorno, quando il postino mi ha recapitato una cartolina pubblicitaria di “Rockville Town Square”, l’iniziativa che fra pochi mesi regalerà a noi cittadini di Rockville – periferia di Washington, stato del Maryland – un bene prezioso: &lt;span style="font-style: italic;"&gt;downtown&lt;/span&gt;, il centro città. Che sarà, informa la cartolina, “un ambiente urbano con ristoranti e caffè  attorno alla piazza cittadina”, ma soprattutto sarà &lt;span style="font-style: italic;"&gt;walkable&lt;/span&gt;, cioè percorribile a piedi. Insomma: si potrà fare due passi in piazza e bersi un caffè (inaugurazione in primavera).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-size: 100%;"&gt;&lt;img alt="" border="0" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5388475736987335714" src="http://4.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/Sse2Iifw_CI/AAAAAAAAAAk/qvdrsmzLqjg/s400/Rockville_Town_Square_blog.jpg" style="cursor: pointer; height: 400px; width: 294px;" /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-size: 100%;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;span style="font-size: 100%;"&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt; &lt;/span&gt;&lt;/span&gt; &lt;span style="font-size: 100%;"&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;Orbene, Rockville non è uno scherzo: ha 57'000 abitanti (centomila con gli agglomerati circostanti), è capoluogo di una ricca contea da quasi un milione d’anime, vanta parecchie aziende di punta, soprattutto nel campo delle biotecnologie. Ha un paio di stazioni di un metrò bello e pulito che in mezz’ora ti scarica nel cuore di Washington. Ha la Rockville Pike, versione locale e originale della Grancia-Noranco ma con sei corsie, molto più lunga e con molti più negozi. Possiede anche una chicca culturale: la tomba del celeberrimo scrittore Francis Scott Fitzgerald e di sua moglie Zelda. Ma niente centro cittadino. Nulla. Il vuoto pneumatico. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 100%;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 100%;"&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;Quando sbarcai per la prima volta a Rockville, due anni fa, da buon europeo andai a cercare il centro. Trovai – di fronte a un cinema multisala da tredici schermi con annesso parcheggio – un secondo enorme parcheggio, ma vuoto, circondato da una teoria di negozi abbandonati, il tutto cintato da rete metallica. E un buon numero di vezzosi cartelli che proclamavano solennemente “Town Center”. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt; &lt;span style="font-size: 100%;"&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;Chi aveva bombardato Rockville?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Semplice: negli anni ’60 e ‘70 era passato di qua (come in altre ottocento città d’America) l’&lt;span style="font-style: italic;"&gt;urban renewal&lt;/span&gt;, il “rinnovamento urbano”, che in nome dell’ordine, della pulizia, dello snellimento del traffico e della centralità dell’automobile aveva raso al suolo gli edifici esistenti (del tipo “ad uso misto”, come dicono qui: casette con sotto il negozio, sopra l’abitazione del proprietario; nel Vecchio Mondo una cosa normalissima, in quello Nuovo una bestemmia) per fare spazio ad arterie più ampie, abbondanti parcheggi e uffici a profusione. E a un enorme &lt;span style="font-style: italic;"&gt;mall&lt;/span&gt;, un ipermercato coperto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Fu un disastro: il più grande emporio dell'ipermercato fallì dopo sei mesi, trascinando nella rovina tutti gli altri e nell’oblio l’intero centro cittadino. Nel ’93 Doug Duncan, allora sindaco di Rockville, si sfogò sul Washington Post: “quando attraverso a piedi il centro della nostra città, mi coglie un senso di disperazione.” E propose di abbattere il complesso dell'ipermercato, che venne demolito poco tempo dopo (qui si fa così: ci provi e vedi come va; se non ti garba, radi al suolo e ricominci). Risultato: un deserto urbano nel cuore della città. Ancora oggi, a Washington, la confessione d’abitare a Rockville viene accolta da un sorrisetto ironico: “Poveraccio, che jella…”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/SsjDMKTvJXI/AAAAAAAAABs/O4h03YFuXIk/s1600-h/Rockville_Town_Square02_blo.jpg" onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}"&gt;&lt;img alt="" border="0" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5388771567841781106" src="http://2.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/SsjDMKTvJXI/AAAAAAAAABs/O4h03YFuXIk/s400/Rockville_Town_Square02_blo.jpg" style="cursor: pointer; display: block; height: 260px; margin: 0px auto 10px; text-align: center; width: 400px;" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Poi venne appunto varato il Progetto del Grande Rilancio: trecentocinquanta milioni di dollari per spalmare su cinque ettari di terreno bar e ristoranti, negozi e boutique, 650 appartamenti e una piazza. E Roger Lewis, uno dei progettisti del complesso e docente di architettura all’università del Maryland, ha di recente schizzato sul Washington Post ardite analogie tra l’edificando centro e il cuore di Roma: “Rockville Town Square ha il potenziale per diventare una destinazione vivace e animata, un po’ come Campo dei Fiori”, preannunciando che sarà “uno spazio urbano speciale, dal carattere più europeo che americano” (ok, va bene, ci contiamo, ma per favore dimentichiamoci l’Urbe).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E adesso aspettiamo tutti la primavera, che ci riporterà la piazza del villaggio. E pure &lt;span style="font-style: italic;"&gt;walkable&lt;/span&gt;, “passeggiabile”, ché nel frattempo gli americani hanno scoperto il piacere di sgranchirsi le gambe. E di bersi un caffè come Dio comanda, servito non nell’orribile bicchiere di carta, ma nella classica tazzina in ceramica. Da Starbucks, in piazza: basterà ordinarlo esplicitando&lt;span style="font-style: italic;"&gt; for here&lt;/span&gt;, cioè “da bersi qui”, così il barista capisce che deve rapidamente scovare le uniche due-dicasi-due tazzine in dotazione al bar.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel frattempo, nell’attesa, continuo a camminare per le vie del mio quartiere, bello e accogliente come quelli dei film, con le casette e i 4x4 parcheggiati sui vialetti e i prati verdissimi e i mille colori degli alberi d’autunno. Ma senza l’ombra d’un caffè.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;(© VASCO DONES;&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size: 100%;"&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;pubblicato sul settimanale svizzero AZIONE nel 2006)&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/494161990260534397-5333643381712186322?l=bricioledamerica.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://bricioledamerica.blogspot.com/feeds/5333643381712186322/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=494161990260534397&amp;postID=5333643381712186322&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/494161990260534397/posts/default/5333643381712186322'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/494161990260534397/posts/default/5333643381712186322'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://bricioledamerica.blogspot.com/2009/10/test-test-test-due.html' title='Due passi in centro (e un caffè)'/><author><name>Vasco Dones</name><uri>http://www.blogger.com/profile/08185888549176699406</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_eNnd0kDmGFg/Sse2Iifw_CI/AAAAAAAAAAk/qvdrsmzLqjg/s72-c/Rockville_Town_Square_blog.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry></feed>
