lunedì 17 maggio 2010

Dearborn, Michigan

Tempo fa avevo pubblicato sul settimanale svizzero AZIONE un pezzullo intitolato "Quel minareto in via Ford", in cui segnalavo alcune interessanti particolarità della nuova moschea di Dearborn, Michigan
(http://epaper.azione.ch/ee/azion/_main_/2009/07/06/027/azion-_main_-2009-07-06-027.pdf oppure http://bricioledamerica.blogspot.com/2009/10/il-minareto-di-via-ford.html).
Lo spunto me l'aveva fornito un prospettato nuovo articolo della Costituzione svizzera che, se accettato in votazione popolare, avrebbe introdotto il divieto di edificare nuovi minareti in territorio elvetico. Per chi non sapesse come sono andate le cose: l'emendamento costituzionale è stato accolto; in Svizzera non si potranno costruire nuovi minareti; i musulmani in terra elvetica dovranno accontentarsi dei (se ricordo bene) quattro minareti esistenti. Tradotto in densità: uno ogni 10'321 chilometri quadrati.

Oggi mi arriva dalla stessa Dearborn, Michigan, un'altra interessante notizia: una figlia di quella città alle porte di Detroit e sede della Ford ha vinto il concorso di Miss USA. La gentile signorina è libanese, immigrata negli USA da bambina e (a quanto pare) di famiglia mista cristiano-musulmana
(http://thelede.blogs.nytimes.com/2010/05/17/in-miss-usa-contest-a-novel-twist/)
Dearborn ha fatto festa. Quanto a me, non sono credente e non sopporto i concorsi di bellezza, ma mi associo ai festeggiamenti: l'America riesce sempre a sorprendermi. 

domenica 14 febbraio 2010

A camminare sugli Appalachi

Di questi tempi il "memoir" è un genere letterario che va per la maggiore, almeno negli Stati Uniti. Vende bene ma lascia assai perplessi, e fa un po' pena pensare agli incolpevoli alberi (forse degli Appalachi?) sacrificati per fini assai dubbi. 
Due perle recenti: Going Rogue di Sarah Palin (già candidata alla vicepresidenza, colei che alla domanda di Katie Couric di CBS News "Quali giornali legge?", dopo lunghi istanti di grave imbarazzo rispose "Tutti") e Still Standing di Carrie Prejean (Miss California, anni 23, qualche banale polemichetta alle spalle: ma che mai avrà da raccontare, a quella giovane età?). 
In occasione dell'uscita dell'ultimo memoir di dubbio spessore (Staying True di Jenny Sanford, moglie separata di un signore che ambiva a fare il Presidente) mi sembra opportuno riproporre un pezzo scritto e pubblicato su AZIONE nel luglio o agosto del 2009: parla di Appalachi, di un villaggio di nome Pickens - e del signor Sanford, ovviamente.


 

All'occhio svizzero, i monti Appalachi paiono un'interminabile teoria di gentili colline che solo a tratti meritano di chiamarsi montagne. La Storia li tratta però con rispetto, perché suppergiù tre secoli fa rappresentarono il primo serio ostacolo incontrato dai coloni nella loro lunga marcia a occidente. E poi, seppur timidi quando accostati all'Eiger o al Cervino, costituiscono un paesaggio magnifico, soprattutto in autunno, quando si annunciano da lontano con una grandiosa sinfonia di vivissimi colori.

E ogni tanto riescono ancora a far notizia. Come nel giugno di quest'anno (NdR: era il 2009), quando per una settimana sparì dal suo ufficio il governatore della Carolina del Sud Mark Sanford. Prima di fare le valige, Sanford (repubblicano di ferro tutto casa e famiglia e “valori”) aveva annunciato al suo staff: “Vado a camminare sugli Appalachi”, un passatempo assai popolare da queste parti, che aiuta a smaltire lo stress anche perché il cellulare, su per i monti, di regola non funziona.

E' inciampato, il buon governatore con aspirazioni presidenziali, non nelle asperità montagnose, ma sulla scaletta dell'aereo che lo riportava in patria, beccato dai reporter ficcanaso: se n'era andato dall'amante a Buenos Aires. Da quel giorno, in America, “camminare sugli Appalachi” ha un nuovo significato.

***

“La promessa del domani insieme alla dignità di ieri”: lo proclama una scritta sul grande murales che accoglie il viandante nel centro di Buckhannon, una cittadina da diecimila abitanti ai piedi degli Appalachi. E si può ben capire il riferimento alla  “dignità di ieri”, perché allo scoppio della Guerra Civile la gente di queste terre prese la decisione storicamente e umanamente giusta, quella che vale la dignità: si staccò dalla Virginia schiavista, si unì al Nord, e creò il nuovo Stato della West Virginia. Con un motto che non ha bisogno di traduzioni e che non avrebbe sfigurato sul praticello del Grütli: “Montani semper liberi”, tant'è vero che non sono pochi gli emigranti svizzeri insediatisi nelle vallate degli Appalachi.

 (Buckhannon, WV)

Il problema di Buckhannon e di tutta la West Virginia sta nella prima parte della scritta del murales, la conclamata “promessa del domani”. Gli Appalachi hanno fornito e continuano a fornire legname, certo. Gli Appalachi hanno dato e continuano a dare carbone, a prezzo di immani fatiche, tragedie in miniera, e ora di spaventose devastazioni ambientali causate dall'ultimo grido in tema di tecniche estrattive: far esplodere la cima della montagna (o collina) e portar via il carbone messo a nudo. Ma, a parte carbone e legname, poco altro. Il risultato è che la West Virginia gareggia col Mississippi per il primato di Stato più povero dell'Unione.

***
 
 (Pickens, WV)

A Pickens, West Virginia, non ci si passa per caso. Impossibile. Bisogna fortemente volerci andare, e in realtà non c'è nessun motivo per farlo. Oggi Pickens, affogata negli Appalachi, è il capolinea d'uno stretto nastro d'asfalto: più avanti, solo una ragnatela di sentieri sterrati, dove la segnaletica è inesistente, la cartina stradale impotente, e l'esperienza insegna che nemmeno il GPS t'aiuta. Eppure Pickens, a modo suo, è affascinante, è la struggente testimonianza di quanto – in America - “ieri, oggi e domani” siano parole da prendere alla lettera: ieri sei nato, oggi vivi e prosperi, domani muori. Come un fuoco d'artificio, l'esistenza di Pickens si è bruciata in tempi brevissimi, incomprensibili al viandante europeo: un secolo o poco più.
Fondato nella seconda metà dell'Ottocento, il villaggio ebbe un rapido sviluppo grazie all'industria del legname: per portarselo via dai monti, avevano fatto arrivare a Pickens persino la ferrovia (di cui oggi restano poche tracce sotto gramigna e rampicanti).

 
(Pickens, WV: l'ex stazione della ferrovia)

E con strada ferrata e business del legname in piena espansione, Pickens era cresciuta fino a millecinquecento abitanti. E a un certo punto della sua breve vita si era regalata – ce lo narra la storia ufficiale di Pickens, 280 pagine con rilegatura cartonata - “The Opera House”: sì, l'Opera. Certo, non sarà stata la Scala, ma era pur sempre la tangibile dimostrazione che gli affari tiravano, che la gente c'era, che i soldi circolavano, che il futuro era radioso. All'inizio del '900, accanto all'Opera House, Pickens sfoggiava ben quattro alberghi.

 
(Pickens, WV: Pickens Hotel)

Non è dato sapere quante stelle Michelin si meritassero; pare comunque che fossero un po' rumorosi e travagliati durante la fine settimana, quando l'alcol scorreva a fiumi, prima dopo e anche durante il Proibizionismo (la distillazione illegale è tradizione e vanto della West Virginia). Poi l'industria del legname entrò in crisi; la si sostituì con l'estrazione del carbone. Poi i filoni si esaurirono, la gente se ne andò, e per Pickens e l'Opera House e i suoi quattro alberghi fu la morte.
Oggi Pickens e i suoi venti o trenta abitanti resistono stoicamente tra gli Appalachi come fossero i Galli del villaggio di Asterix. A ricordare i fasti del passato resta – magnifico, struggente, irresistibile nella sua sconfinata malinconia – il Pickens Hotel. O meglio: ciò che è sopravvissuto alle sbornie e alle risse degli anni d'oro, e all'incuria degli anni di magra.

***
 
(Pickens, WV: Pickens Hotel)

Dietro il Pickens Hotel m'imbatto in un uomo intento a prendere a martellate una vecchia parabola per la ricezione tivù. Si chiama Ronnie Sears, e mi dice d'essere il nuovo proprietario dell'albergo. Lo ha rilevato poco tempo fa, e – quando avrà tempo, quando ne avrà voglia, piano piano, una cosa alla volta – intende restaurarlo. Mi guardo intorno: alcune casette più o meno dignitose, una chiesa, un negozietto con annessa pompa di carburante, il capannone dei pompieri, l'ex stazione del defunto treno, una villa di lusso (“Ah, lascia perdere, quelli non parlano con nessuno.”). Fatico a intravedere l'urgenza d'un rinnovato Pickens Hotel. Ronnie si fa serio e mi spiega: “Con la popolazione mondiale in continua crescita, prima o poi qualcuno dovrà venire anche qui.”
A camminare sugli Appalachi, forse...

 
(Pickens, WV: Pickens Hotel)

Postilla per i miei compatrioti e per i più curiosi:
a camminare sugli Appalachi, ci si può anche imbattere nella Svizzera, e più precisamente "Helvetia", un minuscolo villaggio a cinque miglia da Pickens.
Di Helvetia, West Virginia (e di un suo straordinario personaggio) ho schizzato un breve ritratto per la RSI - radiotelevisione della svizzera italiana.
Il website di Helvetia ospita la versione originale inglese del filmato. 

martedì 1 dicembre 2009

Un'immagine, mille parole?



(Dearborn, Michigan: il minareto in Ford Road)

Per chi avesse voglia di (ri)leggere:

mercoledì 11 novembre 2009

Los Alamos - Cuba - Bluff!



(per contrastare l'umida uggia novembrina propongo un pezzullo estivo scritto in una di quelle soleggiatissime giornate d'agosto con temperatura a 100 Fahrenheit e condizionatore a 1000: grazie all'infame clima di Washington, l'umidità è la stessa; 
è però anche la scusa per infilare qualche nostalgico scatto che risusciti per un istante l'azzurro del cielo) 




(New Mexico Plateau)

Sarà il caldo, sarà l'afa mozzafiato, saranno le zanzare aggressive e cattivissime o forse solo i guasti dell'età: comunque sia, al vostro cronista americano l'estate sbalestra neuroni e sinapsi, stimola associazioni improbabili, connessioni azzardate e sbilenche, temerarie associazioni di luoghi, nomi, paesaggi, eventi storici. 
Un esempio di questi stravaganti frullati mentali è lo sgangherato itinerario di viaggio, perfettamente percorribile e assolutamente dissennato, di certo assente da qualsiasi guida turistica degna di rispetto, riassunto nel titolo: Los Alamos – Cuba – Bluff! 
(il punto esclamativo, seppur facoltativo, sta lì a conferire immeritato sapore d'urgenza ed evocare d'emblée scampate catastrofi). 
Un puro divertissement, ma un po' noir.



(Santa Fe, NM)

Los Alamos
Il presupposto è che il turista abbia già visitato le perle del Nuovo Messico: la bella, costosa e trendy Santa Fe, seconda o terza più antica città degli odierni Stati Uniti, e la vicina e più abbordabile Taos, entrambe profondamente impregnate di sapori ispanici e amerindi. Impareggiabile, per esempio, il villaggio di “indiani” Pueblo alle porte di Taos (se solo Cristoforo Colombo non avesse pigliato quell'incredibile granchio geografico pensando d'aver raggiunto le Indie, risulterebbe oggi più facile chiamare gli autoctoni “Nativi Americani”, ma pazienza). 


 
(Taos, NM: Pueblo)

Dopo aver stancato la fotocamera digitale e razziato le gioiellerie sotto gli splendidi portici di Santa Fe, è dunque tempo di dedicarsi a questioni più serie. La bomba atomica, per dirne una.
E Los Alamos è proprio lì a due passi. 
Non che ci sia un granché da vedere, a Los Alamos. Ma il gusto sta tutto in quell'inevitabile frisson che ti coglie quando stai per metter piede nella cittadina che diede i natali ai primi ordigni nucleari. L'operazione venne varata nel '43, fu battezzata “progetto Manhattan” (forse per depistare le spie?), si sviluppò appunto tra le rigogliose foreste di questo angolo di Nuovo Messico, e culminò nell'agosto del '45 con lo sgancio di due bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki. 

A prescindere dalle innegabili conquiste scientifiche nonché dalle più discutibili considerazioni su quanto le bombe in questione abbiano accelerato la resa del Giappone, certo è che da queste parti dimostrano di avere un senso dello humor agghiacciante: Los Alamos – dove si fanno scoperte! è il benvenuto a caratteri cubitali che la città offre  al visitatore. Turisti nipponici astenersi.



(Los Alamos, NM: l'ingresso in città)

Cuba
Il tema nucleare, appena abbordato, con un pizzico di fantasia lo si può ritrovare poco dopo. Basta volerlo, basta cercarlo, basta studiare attentamente la cartina:  passata Los Alamos, c'è una strada che porta a Cuba!
La memoria del turista corre alla Grande Paura (maiuscole giustificate) del lontano autunno 1962, allorquando un aereo-spia americano in volo sopra l'isola di Cuba fotografò installazioni sospette. Certo, occorre ricordare che L'Avana aveva appena sventato un maldestro tentativo d'invasione ad opera di esuli cubani addestrati e finanziati da Washington (ci si può chiedere, col senno di poi: perché sbarcare in una baia chiamata “dei Porci”?) 

E va pure detto che, non appena rimediata la figuraccia, la Casa Bianca aveva rilanciato e moltiplicato i tentativi di levarsi di torno Fidel Castro e i suoi barbudos. Tutto questo per sottolineare che Cuba aveva le sue buone ragioni per correre ai ripari e chiedere aiuto all'alleato sovietico. 
Detto fatto: Mosca fornisce a Fidel un po' di missili a testata nucleare e li punta sul gigante americano, l'aereo-spia ci vola sopra e li fotografa, e l'intero pianeta si ritrova a un passo da Armageddon. 

A proposito di film: la storia dei missili è raccontata in una bella pellicola con Kevin Costner: Thirteen Days, “Tredici giorni” - che sono appunto  quei giorni in cui la Guerra Fredda si fece caldissima, intensissima, quando una mossa sbagliata, un'incomprensione diplomatica, un bluff di troppo, mal fatto o mal decifrato, avrebbero potuto significare la fine del mondo.
E allora come può, il nostro turista sgangherato, resistere alla tentazione offerta dalla sua cartina stradale e negarsi l'obliquo, perverso piacere di viaggiare direttamente da Los Alamos a Cuba? 



(Valles Caldera, NM, lungo la statale 126)

Com'è giusto e appropriato che sia, il tragitto è breve ma non facile, la strada è tortuosa, s'arrampica a fatica su per i monti, attraversa incantevoli paesaggi che alternano l'alpino al Far West, sfila lungo una verdeggiante caldera vulcanica, poi all'improvviso finisce l'asfalto e la statale New Mexico 126  si fa umilissima striscia di ghiaia e terra, chiusa al traffico durante l'inverno e ogniqualvolta uno scroscio violento la trasformi in una trappola di fango. Poi, dopo trenta miglia di buche e scossoni, finalmente la “discesa” su Cuba. 





Le virgolette attorno alla “discesa” s'impongono d'imperio alla comparsa del cartello che annuncia il villaggio, conficcato in una lunga pianura avvolta da monti aguzzi e monti mozzati chiamati mesas: Cuba, altitudine 6'905 piedi, ovvero duemilacento metri. L'altopiano, qui, è roba seria.

Se il nome Cuba sia mutuato dall'omonima isola di Fidel o se invece derivi dal termine spagnolo cuba o cubeta (tino, botte, tinozza) è uno dei pochi quesiti che si propongono all'attenzione del viandante. Come tutti i villaggi dall'aspetto languidamente trascurabile e dalla vitalità latitante, con le insegne e i cartelloni che urlano al vuoto, “Cuba ha una storia lunga e interessante”, come recita infatti il sito web del paese. Sarà, ma non si vede. E va bene così, basta il nome. Delle tante Cuba sparse negli Stati Uniti questa, con la sua irriverente vicinanza alla culla della bomba atomica, è forse la più armata di forza evocatrice.


 
(Cuba, NM: Cuban Cafe)

Bluff
Per taluni sarà il richiamo del poker, quando all'ultima mano ti giochi l'orologio e le brache. Per altri il fascino dei duelli tra massimi sistemi, quando signori eleganti e perbene giocano per qualche giorno con razzi e bombe e il destino dell'umanità. A tutti, indistintamente, una località di nome Bluff non può non suonare irresistibile.

A Bluff ci si arriva, da Cuba, con le ombre lunghe della sera, ché così l'inquadratura è perfetta, dopo aver digerito miglia e miglia di allenamento al vero paesaggio da western, infilando stanchi articolati a diciotto ruote che trasportano non-si-sa-cosa verso non-si-sa-dove (ancor più misterioso è perché transitino di qua). 





Carcasse d'auto passate alla pressa sono l'unico carico decifrabile e assolutamente ragionevole sulla statale 550, che scivola verso nord-ovest tra mesas e pali della luce. 
Breve sosta obbligatoria a Four Corners, “Quattro angoli”, l'unico luogo negli  USA dove i confini di quattro Stati si toccano, e il viandante può per un istante credersi un po' Dio Onnipotente, ubiquo: un piede nel Colorado, l'altro nel Nuovo Messico. mano sinistra in Arizona, mano destra nello Utah. Lo fanno tutti, grandi e piccini.

E poi c'è Bluff, fondata nel 1880 da una spedizione di Mormoni (altra storia affascinanate, quella dei Mormoni!). Proviamo a mescolare storia vera e speculazioni nostre: dopo trecento chilometri di marcia i Mormoni, esausti, decidono di essere arrivati nel posto giusto. Sfiancati dalle tribolazioni del viaggio e a corto di fantasia, si guardano in giro, vedono ovunque mesas, pinnacoli di roccia e rossastri dirupi verticali, e battezzano il loro nuovo insediamento: Bluff, che in inglese significa scogliera, promontorio, falesia (come fondare un villaggio in valle di Muggio e chiamarlo Monte). 



(Bluff, UT: Twin Rocks Cafe)


Bluff sono trecento anime immerse in un panorama mozzafiato e  incomprensibilmente intatto: un elegante motel in legno, un ristorante stile John Wayne, un inquietante caffé ai piedi delle Twin Rocks, i Pinnacoli Gemelli, cui chiedi di non franarti addosso come altri e più noti gemelli protesi al cielo. 



(Bluff, UT)


E a due passi, degnissimo coronamento di questo breve itinerario sghembo, mano tanto ignota quanto ispirata ha lasciato lentamente decomporsi al sole e al vento dell'altopiano un vecchio furgoncino Dodge e un'incantevole Buick del '49 o del '50. Come quelle che ancora oggi vivono e soffrono e sbuffano a Cuba (l'isola, non il villaggio). 
Forse lo sospettavi da tempo: a occhi aperti si sogna meglio.

(Bluff, UT)

(copyright testo e immagini: VASCO DONES; inedito)
    
 

mercoledì 14 ottobre 2009

L'isola Amish


Per i circa duecentomila Amish d’America, il mondo si divide sostanzialmente in due: da un lato ci sono loro, gli Amish; dall’altro vivono “gli inglesi”, cioè quei trecento milioni di cittadini americani – di varie origini, colori e confessioni – ai quali è stato insegnato che le guerre d’indipendenza di due secoli fa erano state combattute (appunto) contro gli inglesi. Ma tant’è: per come la vedono gli Amish, quella brava gente inglese era e inglese resta – anche sotto la bandiera a stelle e strisce. Forse perché gli “inglesi” (cioè gli altri americani, coi quali gli Amish intrattengono peraltro rapporti spassionatamente cordiali) ogni tanto gliene combinano una grossa.  

Per esempio: quando nel marzo del 1979 la centrale nucleare di Three Mile Island arrivò a un soffio dal produrre la Madre di Tutte le Catastrofi (offrendoci un antipasto di quanto sarebbe poi accaduto a Cernobyl), il reattore in agonia minacciò di trascinare nell’inferno radioattivo non solo mezza Pennsylvania, assetata d’energia come tutta l’America, ma anche una comunità che non aveva mai consumato nemmeno un kilowatt di elettricità: gli Amish della contea di Lancaster, che per ironia della sorte vivono a una manciata di chilometri dalla centrale elettronucleare di Three Mile Island ma si rifiutano cocciutamente di agganciarsi alla rete elettrica.

Quegli stessi Amish, pacifici e pacifisti a oltranza, che pochi giorni fa (NdR: era l'autunno 2006), nella minuscola scuola di Nickel Mines, hanno dovuto raccogliere dieci loro figlie – cinque morte ammazzate, cinque gravemente ferite – imbottite di piombo da un lattaio improvvisamente impazzito: un “inglese”, ovviamente, perché per distribuire il latte bisogna saper guidare il furgone, e gli Amish non guidano mezzi meccanici con motore a scoppio (solo carretti trainati da cavalli, e dalle cui ruote sono banditi i pneumatici perché la gomma è un lusso che renderebbe il viaggio troppo confortevole). 

E non imbracciano un fucile, mai. E quando s’infuriano (raro) non chiamano l’avvocato per farti causa (sarebbe un atto di violenza, secondo loro). E se proprio volessero chiamarlo, dovrebbero uscire di casa, montare in calesse (niente auto, l’abbiamo detto) e raggiungere una cabina pubblica, perché hanno messo al bando i telefoni privati. 

E tra di loro conversano in una strana lingua che gli “inglesi” (con la superficialità dei potenti) hanno avventatamente battezzato Pennsylvania Dutch (“olandese della Pennsylvania”), impropria traduzione del termine Deutsch sentito usare dagli Amish – i quali invece più che olandese parlano tedesco, un tedesco che a ogni germanico suonerebbe arabo, ma che un Confederato di Ostermundigen riuscirebbe in parte a decifrare. Sì, gli Amish comunicano tra loro in una sorta di svizzero-tedesco-alsaziano d’altri tempi. Anche perché svizzero (bernese della Simmenthal, per la precisione) era il loro fondatore Jakob Amman.

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Torniamo dunque in Svizzera per due briciole di storia patria.
Zurigo, Anno Domini 1525: sotto la guida di un certo Felix Manz un pugno di protestanti radicali (oggi li chiameremmo “fondamentalisti”, ma pare che già Martin Lutero li definisse “i fanatici”) si oppongono apertamente a Zwingli: ne contestano la decisione di affidare allo Stato la Riforma della Chiesa, riforma che comunque reputano troppo blanda. E sostengono che la Chiesa ha bisogno di credenti consapevoli: rifiutano quindi il battesimo dei neonati, e si fanno “ribattezzare” da adulti. 

E’ l’inizio del movimento anabattista (dal greco “battezzare di nuovo”). Ma quella di Manz e compari è presto considerata un’eresia e, in accordo coi costumi dell’epoca, i protagonisti della contestazione e i loro seguaci vengono duramente perseguitati (da tutti: cattolici, luterani e calvinisti). Felix Manz sarà affogato nella Limmat, diventando così il primo martire della Chiesa anabattista; altri finiranno bruciati sul rogo, compresi donne, anziani e bambini.

Gli anabattisti – anche detti “la gente semplice” per via del loro stile di vita improntato all’umiltà – si sparpagliano poi per l’Europa, finché un bel giorno trovano il sistema di farla grossa:  prendono il controllo della città di Münster, e lì per più di un anno ne combinano di tutti i colori. Pur predicando non-violenza e rigore morale, si lasciano andare a ogni sorta di nefandezze (stupri inclusi), finché l’esercito lanzichenecco riesce a riconquistare la città. 
La faccenda finisce in un gigantesco bagno di sangue, condito da torture, abiure negate, e gli immancabili roghi. Il movimento anabattista è allo sbando, la sua reputazione distrutta. 
Ritroverà più tardi nuova linfa sotto la guida di un ex sacerdote olandese – Menno Simons – dal quale assumerà il nome di “Chiesa mennonita”. Poi, verso la fine del 1600, lo scisma e la nascita degli Amish per mano del bernese Jakob Amman.

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Su Jakob Amman la storia dice poco. Nato a Erlenbach, nella Simmental, probabilmente nel 1644, Amman era un mennonita che per praticare il suo credo aveva dovuto rifugiarsi in Alsazia. Si sa comunque che Amman – in barba al dichiarato pacifismo mennonita – era personaggio alquanto litigioso. E anche parecchio intransigente: fu infatti lui a insistere sulla necessità di osservare col massimo rigore la Meidung, cioè la pratica di ostracizzare (dunque evitare, mettere al bando) quei fedeli che il movimento anabattista, per un motivo o per l’altro, aveva scomunicato. 
Ed è proprio su questo punto che si consumò lo scisma mennonita: Amman, esigendo una ferrea applicazione della regola dell’ostracismo nei confronti dei ripudiati, scomunicò tutti i mennoniti che non la pensavano come lui (e da taluni venne a sua volta scomunicato), e finì col dar vita al movimento Amish, costola ultra-fondamentalista della Chiesa anabattista. 

Il clima politico europeo di quel tempo, poco incline alla tolleranza, e gli sconfinati orizzonti che parevano aprirsi al di là dell’Atlantico, fecero poi il resto: gli Amish decisero che valeva la pena tentare la sorte nel Nuovo Mondo. 

I primi sbarcarono a Philadelphia nel 1737, attratti dalla promessa del quacchero William Penn di edificare uno stato tollerante e aperto a ogni credo (la Pennsylvania, appunto). Il risultato è che oggi in Europa degli Amish non c’è più traccia: sono tutti nel Nuovo Mondo, alcuni (pochi) in Centroamerica, la stragrande maggioranza negli Stati Uniti, soprattutto in Ohio, Pennsylvania e Indiana. Dove sono ormai oggetto di grande curiosità e rappresentano – loro malgrado - un’importante attrazione turistica.

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Nella contea di Holmes (in Ohio), così come nella contea di Lancaster (in Pennsylvania) – dove vivono le due più consistenti comunità Amish del mondo - le fattorie Amish le riconosci a prima vista: sono quelle prive del cavo di allacciamento alla rete elettrica. 
Se hai fortuna vedrai arrivare anche il calesse, con a bordo gli uomini dalla lunga barba e le donne a capo sempre coperto (se proprio non puoi rinunciare all’istantanea-ricordo, meglio scattarla con discrezione e da lontano: gli Amish non apprezzano foto, tivù, registratori e altre diavolerie simili, e di regola non rilasciano interviste). 

Ma non cercare le chiese Amish: non ci sono. Sembra incredibile che una comunità tanto impegnata a vivere secondo i precetti della Bibbia, ventiquattrore su ventiquattro, non abbia edifici di culto, eppure è una scelta coerente con il ripudio di ogni e qualsiasi oggetto, atto o manifestazione che possa apparire “immodesto”: gli Amish celebrano la funzione religiosa della domenica a casa dei membri della comunità, a rotazione. E solo ogni seconda settimana; in compenso la funzione può durare anche tre ore o più. 

Clero non ce n’è, a parte il cosiddetto “vescovo”, una sorta di “primus inter pares” scelto dal caso – mediante estrazione a sorte - tra alcuni nominativi proposti dai membri della congregazione. La vita è fatta di preghiera e di lavoro: possibilmente nei campi, a mano, con l’ausilio del cavallo e dei macchinari più rudimentali. 

A fianco, sull’asfalto della highway, rombano i possenti fuoristrada dell’americano medio, ma gli Amish non ci fanno caso: tutt’al più vendono agli “inglesi” i loro magnifici quilts, trapunte fatte a mano apprezzatissime dai turisti che invadono le contee Amish nell’illusione di trovarvi un paradiso che non c’è, che non è mai esistito, e che comunque nessuno degli “inglesi” vorrebbe abitare, perché nessun “inglese” ha veramente voglia di tornare a tracciare solchi nei campi con un aratro e due buoi. 
Eppure secondo gli Amish l’atteggiamento corretto di fronte alle cose terrene sta tutto racchiuso in una parola (tedesca, ovviamente): Gelassenheit, rozzamente traducibile con “calma, tranquillità”. 

E per i piccoli quesiti della vita quotidiana c’è Die Ordnung (“L’Ordine”), un compendio di regole aggiornato e rivisto ogni due anni che stabilisce che cosa è lecito e che cosa è vietato (per esempio: elettricità dalla rete no, batterie sì; telefono privato no, cabina pubblica sì; telefono cellulare forse, dipende dalle esigenze; viaggio in automobile sì, ma solo nel ruolo di passeggero). 

Una piccola fetta della comunità sfugge all’obbligo della rigorosa osservanza dell’Ordnung: i giovani tra i quattordici anni (fine della scuola media, massimo livello di studi concesso perché scervellarsi troppo fa male) e i diciotto o venti, allorquando dovranno scegliere se farsi battezzare (e dunque aderire ufficialmente alla Chiesa Amish) oppure lasciare la famiglia, la comunità, la tranquilla Gelassenheit dell’isola Amish, e entrare nel mondo degli “inglesi”

In questa sorta di interregno prima della grande scelta, i giovani Amish vivono il cosiddetto “Rumspringa” (alla lettera: “correre in giro”, ma col significato implicito di “folleggiare”), gli anni in cui è lecito (anche per loro) bere, ubriacarsi, guidare l’auto, ballare, tirare tardi, fare quelle cose più o meno divertenti e più o meno trasgressive che eccitano tutti gli adolescenti d’Occidente. 

Alla fine del Rumspringa si sceglie: o dentro o fuori, o Amish o novello “inglese”. E finisce che - per convinzione, per richiamo divino, o per timore dell’aggressivo mondo che sta all’esterno della sicura e protettiva bolla Amish – il novanta per cento dei giovani Amish decide di restare nella comunità. 
Chissà che cosa avrebbero scelto, fra qualche anno, le cinque ragazze appena falciate dal lattaio “inglese”?

Però la vita prosegue, dicono gli Amish. Con Gelassenheit, con calma e tranquillità, non appena possibile. “Forse citeremo l’evento nel prossimo numero del giornale”, ha confidato al Los Angeles Times Elam Lapp, direttore del settimanale Amish Die Botschaft
Si riferiva proprio al massacro nella scuola di Nickel Mines, ora assediata dai reporter di mezzo mondo. Ma è collaudata prassi del suo giornale, ha chiarito Lapp, non pubblicare articoli su omicidi, guerra, sesso o religione.
Tutto un altro mondo.

(© VASCO DONES; pubblicato sul settimanale svizzero AZIONE nell'autunno 2006)